JAUME CABRÉ.
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LE VOCI DEL FIUME.
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Parte 3.
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Titolo originale: Les veus del Panamo.
Traduzione di: Stefania Maria Ciminelli.
2007. Editrice La nuova frontiera, ROMA.
Collezione Liberamente. 
ISBN 978-88-8373-101-3. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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36.
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Sulla lapide di Peret di casa Moliner c'era scritto Pedro Moner Carrera (1897-1944) e Pere
Serrallac delle pietre l'aveva fatta cercando inutilmente che la tristezza non gli urlasse dentro. L'avrei
dovuto avvertire; io, preoccupato solo che Jaumet non rimanesse a giocare lì vicino, neanche ci ho
pensato alla maledettissima foto. Ti avrei dovuto avvertire, Peret, corri via di qui, che sta per saltare
tutto in aria, vai, non sia mai che tu ti faccia male.
Nella chiesa parrocchiale di Sant Feliu, le autorità occupavano i primi banchi a destra e avevano
lasciato quelli a sinistra per Encarnació, povera donna, e per il figlio che lavorava a Lleida e che era
tornato a casa con una faccia così stupita che non si sarebbe potuto togliere di dosso per tutta la
cerimonia. Tra le autorità, gli illustrissimi signori sindaci e i capi locali del movimento di Sort, Altron,
Rialb, Montardit, Enviny, Torena, Llavorsì e Tìrvia e la giustificazione ufficiale del Governatore Civile
per la sua assenza, e il corpo insegnante di tutto il distretto in blocco, tranne i maestri e le maestre che
stavano usufruendo delle meritate vacanze nei loro luoghi di origine, sparsi per il territorio patrio.
Peret di casa Moliner. Pere Moner Carrera, pensava Oriol, lo sguardo inespressivo fisso sulla
nuca di padre Colom che officiava i suoi segreti sull'altare e sembrava non volesse condividerli.
Alla predica il sacerdote, in uno spagnolo fantasioso, gridò contro la barbarie comunista e fece
riferimento ai banditi che ci vogliono turbare la pace. Non siamo stufi di tutta questa guerra? Non
vogliamo che la parola guerra scompaia dalle nostre bocche? Non abbiamo già sofferto abbastanza?
Due, tre, quattro secondi di silenzio, come se stesse a lezione, al seminario, in attesa della risposta, sì,
padre, abbiamo già sofferto troppo. Nessuno disse niente e il sacerdote terminò la predica con un
riferimento ad atti vandalici come quello in cui i maquis, che non esistevano, avevano distrutto un
monumento ai martiri della Crociata e per di più si erano portati via Peret, repubblicano e ateo, che
stava ricevendo un funerale religioso presieduto dalle autorità franchiste del paese, e chi piangeva tra sé
e sé era la sua Encarnació che diceva per fortuna non puoi vedere tutto questo, Peret, perché se alzassi
la testa moriresti un'altra volta dal dispiacere. A quel punto qualcuno tirò la giacca bianca dell'uniforme
di Oriol e questi si girò. Jacinto Mas, l'autista della signora Elisenda, gli passò un foglio che lui si mise
in tasca proprio nel momento in cui Valentí, che stava parlando con il sindaco di Sort, si girò appena
come se lo volesse controllare. In quel momento padre Colom si girò verso i fedeli, alzò liturgicamente
le braccia e le allargò dicendo Dominus vobiscum e l'assemblea in massa si alzò e disse
cumspiritumtuo, padre.
Quella sera Valentí Targa lo fece andare al comune. Il pomeriggio l'aveva passato alla pensione
Ainet, come aveva già fatto varie volte, avvolto dall'aroma di tuberosa e circondato dal segreto noto
solo all'autista con il taglio sulla faccia, e lui ed Elisenda si erano professati amore eterno e passione
per sempre. Oriol le aveva detto dice Dante che il nostro è l'amore che muove il sole e le stelle.
«Che bello.»
«Credo di essere felice.»
«Verrà un giorno in cui potremo risolvere questa situazione così difficile che stiamo vivendo, te
lo giuro.»
Vivendo di nascosto da Santiago e da Rosa, di nascosto da Targa, di nascosto da Torena, dalle
autorità, dal maquis, dalle mucche e dai tafani, di nascosto dai quaderni per la figlia che non so come ti
chiami, tutti e due in volo tra le nuvole, tutti e due consapevoli di far parte l'uno dell'altro.
«Tieni. Una croce d'oro.»
«È molto bella. Ma io non...»
«Tienila, per ricordarti che io ci sono.»
«Non ho bisogno di croci per... Ehi, è spezzata.»
«L'altra metà la porto io. Non la perdere mai. La catenella è forte, non ti preoccupare.»
Gliel'aveva messa al collo, come una medaglia a un atleta; lui aveva chinato il capo in segno di
stima, aveva guardato le pareti scrostate della stanza pensando che erano i confini della sua felicità
infinita e non aveva voluto che quel senso di prevenzione profonda che ogni tanto lo invadeva si
impadronisse del suo momento di felicità, per cui si era detto non lo so, non lo so, ma non voglio fare a
meno dei suoi baci, non posso, e neanche delle sue carezze; voglio immergermi a lungo nei suoi occhi
amorosi senza fondo, mi dispiace molto, mi dispiace molto.
«Finisci una volta per tutte questo cazzo di quadro o ti faccio fucilare.»
Oriol varcò la soglia dell'ufficio, in silenzio. Targa, con le mani sui fianchi, stava osservando il
proprio ritratto sul cavalletto, di spalle alla porta. Oriol andò verso il cavalletto, stappò la bottiglia
dell'acquaragia, scelse due pennelli passabilmente puliti, mise del marrone, del blu e del bianco sulla
tavolozza e guardò verso la scrivania. In quel momento Valentí si sedeva e assumeva la posa giusta.
Non si era ancora tolto l'uniforme. Guardò Oriol negli occhi, poi disse scherzavo. Ma lo disse senza
ridere. In silenzio, guardando Valentí negli occhi, Oriol cominciò a dipingergli gli occhi; cercò di
metterci il blu gelido di quello sguardo dalla lama così affilata. Forse per la pupilla nera lì in mezzo. O
per l'odio che sapeva accumulare. Oriol pensò all'odio, al Ventureta, a Rosa, a te, amata figlia mia, e ho
fatto i migliori occhi che mai ho dipinto o dipingerò. Sembravano vivi. Erano vivi, li dovresti vedere.
Li potresti vedere, se tu volessi.
Dopo un'ora, terminata la parete dello sfondo, disse fatto, ho finito. Non mi devi fucilare.
Valentí Targa si alzò di corsa per controllare il risultato finale. Si osservò per qualche secondo,
piuttosto imbarazzato. Forse vergognandosi di avere accanto Oriol, perché un uomo non si guarda allo
specchio davanti a un altro uomo. E tacque. Tenne per sé il commento. Tirò fuori il portafoglio dalla
giacca dell'uniforme e lasciò le banconote sulla scrivania, una sopra all'altra, mentre Oriol puliva i
pennelli e cercava di non guardare il mucchio di banconote.
«Ho pensato» Valentí ruppe il silenzio «che potremmo mettere su una società, tu ed io.»
Oriol ancora muto, concentrato nella pulizia dei pennelli.
«Ah, sei incazzato perché ti ho detto che ti avrei fatto fucilare.»
«Che società?» Oriol si era avvicinato alla scrivania e prendeva il fascio di banconote.
«Io cerco i clienti e tu dipingi i ritratti. Con un po' più di celerità, questo sì.»
«È un'ottima idea.»
«Al cinquanta per cento.»
Per fortuna che la morte probabile mi impedirà di diventare socio economico di Targa. Un buon
motivo per non piangere troppo davanti ai pericoli in cui ci cacciamo tutti noi che, volenti o nolenti,
siamo legati al tenente Marcò.
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Erano passati sette mesi da quando Marcel si era sposato il ventiquattro aprile
millenovecentosettantuno, come disposto dalla signora Elisenda, ed era stato infedele a Mertxe solo sei
volte, ma tutte e sei le volte con donne diverse, quindi non aveva alcuna importanza. La signora
Elisenda consultava le note sempre più vaghe e confuse che le faceva arrivare Jacinto Mas sullo stato
del matrimonio di suo figlio e all'inizio pensava non so che cosa sia meglio, se lasciarlo ancora sfogare
o cominciare a legarlo stretto. Ma tra una scopata e l'altra, Marcel aveva iniziato ad allargare il proprio
orizzonte e sia Mertxe sia la vita gli stavano facendo vedere che al mondo c'erano altre cose oltre alle
piste nere. C'erano piste rosse e verdi e di qualsiasi altro colore, perché i clienti delle piste familiari
spendono molto al bar e nell'affitto degli sci per i più piccoli; non vorrai mica che tutti si comprino
quegli sci così carini che dopo due anni devono già cambiare. L'affitto è un grande business. E poi,
Marcel Vilabrù i Vilabrù stava scoprendo, con grande meraviglia, che al mondo ci sono altre cose oltre
alla stagione sciistica, che c'è molta gente che sopravvive e che a volte è felice senza avere dei buoni
Rossignol ai piedi. Senza avere, addirittura, neanche degli scarponi da sci. E così come si dice
Rossignol si finirà per dire Brusport, perché pian pianino si stavano facendo conoscere, soprattutto
nella ristretta cerchia dei saltatori. Marcel, quasi come un regalo di sua madre per essere entrato a
lavorare senza protestare, aveva fatto un lungo soggiorno a Helsinki (due memorabili scopate nordiche
con due valchirie norvegesi o come si dice, di Helsinki) e aveva potuto constatare ammirato che le
televisioni svedesi, oltre a essere tutte a colori, passavano tutto il santo, corto, buio, freddo e nuvoloso
giorno trasmettendo ossessivamente gare di salto dal trampolino, gare di sci di fondo e gare di sci
alpino, e a lui era venuto in mente che sugli sci da salto Brusport doveva mettere la marca sotto, perché
un giorno molta gente guarderà la televisione e vedrà gli sciatori che ci faranno pubblicità gratis.
Perché qui in Finlandia i norvegesi nascono con gli sci ai piedi e io voglio far sì che questi sci siano
Brusport. E guarda che hanno la faccia tosta, che non posso dire da dove vengo perché storcono il naso
e dicono Franco skit; ma poi per loro queste cose sono come molto lontane, tendono sempre a
confondere la Spagna con l'Italia, il Portogallo e la Grecia, tutti paesi poveri di laggiù, al sole eterno.
Che mancanza di cultura confondere la Grecia con la Spagna, il Portogallo e l'Italia. Ma a me sai che
me ne importa, io voglio solo vendere prodotti Brusport ai norvegesi e gliene venderò a bizzeffe perché
in negozio staranno a metà prezzo rispetto agli altri. E che se ne vadano belli belli a quel paese, con
tutte le loro critiche a Franco.
Marcel Vilabrù Vilabrù imparò anche che se non si prendono misure adeguate Mertxe può
rimanere incinta, e patapum, rimase incinta, no, mi sta pure bene, però non so, forse un po' troppo
presto, no? E imparò a non farsi tremare la mano quando decise che Palacios, Costa, Riquelme, i due
Vila, la Guiteres, la Garcia Rialto, Pilarica non so come, quella che scopa da dio, sì, e Càndida,
dovevano essere licenziati se volevano portare avanti l'espansione controllata. Pilarica, quella che
scopa da dio, Càndida, la Garcia Rialto, la Guiteres, i due Vila, Riquelme, Costa e Palacios furono
licenziati, si rivolsero alla Magistratura perché Paco Serafìn li aveva aizzati e gli aveva fatto il lavaggio
del cervello, ma non gli servì a niente perché Marcel aveva spiegato a Gasull che cosa avrebbe fatto lui
se fosse stato l'avvocato della casa e l'avvocato Gasull fece una chiacchierata piacevole, distesa,
proficua per entrambe le parti, con il giudice della sala terza, don Marcelino Bretón Coronado. E la
signora Elisenda, ammirata, prendeva nota in silenzio delle capacità di Marcel, lei che si era ormai
rassegnata a sistemargli un angolino in ufficio in modo che non desse troppo fastidio e potesse
giustificare uno stipendio. In un certo senso, le dispiacque di aver sottovalutato tanto suo figlio. Le
dispiacque di aver avuto sempre con lui un rapporto del tipo vabbè, riproviamoci. Sicuramente perché
il peso della storia era troppo gravoso per due spalle così forti come quelle di Elisenda.
«Mamma, voglio ridurre a metà il reparto confezione e ho intenzione di produrre il doppio con
incentivi e straordinari. Sono degli scansafatiche.»
«Fai come credi, Marcel. Ma fai in modo che non si noti che lo fai.»
«Certo che si deve notare. Il primo ad andarsene sarà Paco Serafìn.»
«Non mi ricordo chi è. Perché?»
«È del sindacato.»
«Attento.»
«Ma, lo mando via per comportamento immorale. Se l'è fatta con...» Marcel spense la sigaretta
e cambiò il telefono d'orecchio: «Beh... i particolari te li risparmio, mamma. È un caso indifendibile per
i suoi stessi compagni. E capita proprio a fagiolo. Sono stato molto fortunato.»
Marcel, non hai ancora compiuto trent'anni e sembri già figlio mio.
Marcel Vilabrù i Vilabrù scoprì anche che al mondo, tra una stagione sciistica e l'altra, si poteva
giocare a tennis, a ping-pong (ho visto dei tavoli pieghevoli fichissimi, in Danimarca; li distribuirò in
Spagna e in Portogallo), a pallavolo, a hockey su prato, a hockey su pista e là, nelle terre degli svedesi,
a hockey su ghiaccio, e che si potevano sudare e consumare calzettoni, scarpe da ginnastica,
ginocchiere, magliette, pantaloni e tute, e tutto quanto fosse necessario; diventò così l'ambasciatore in
Europa della buona novella, ma l'anno delle Olimpiadi di Sapporo e di Monaco era ancora
imbarazzante per lui dire da dove veniva perché Franco puzzava di pesce marcio. Scoprì però che i
dollari fanno miracoli, usati come deodorante.
Intanto la signora Vilabrù, che già da sei mesi si era liberata dell'imbarazzante ombra di Quique
Esteve, il vanitoso delle piste, («È proprio il contrario, caro delegato.» Cominciò a dare colpetti nervosi
con la matita sulla scrivania. «Ha interrotto una relazione che potremmo definire insana.»
«E niente orge, no?»
«Calunnie, invidie, malintesi, maldicenze...» Colpetti con la punta della matita. «La signora
Elisenda è inattaccabile o, se non altro, inaffondabile. Lo sappiamo da anni.» «Grazie a Dio.») vide che
le si aprivano con un sorriso paterno le porte dell'Opera. La sospirata riunione iniziò quando lei disse
Illustrissima, grazie per avermi ricevuto con tanta prontezza, e lui, allargando le braccia dall'altra parte
del tavolo, rispose no, no, signora Vilabrù, Illustrissima no, mi chiami al massimo monsignore, che non
voglio onori, né titoli, né elogi..., lei mi capisce, signora. E lei disse sì, vi capisco, monsignore. E dopo
le prime parole tranquille la riunione continuò con lampi, tuoni, sorrisi, raffiche di vento, scrosci di
grandine, promesse, confidenze e patti. Al termine, la signora Elisenda Vilabrù decise di non entrare là
dove qualche anno prima non l'avevano voluta, ma alimentò l'Opera con una quantità abbastanza
importante da poter essere considerata persona molto grata e da Roma si cominciarono a muovere i fili
più efficaci riguardo al processo di beatificazione del Venerabile Fontelles, Saverio, che cacchio
succede con questo processo, vediamo, su, dai. E risultò che sì, ha ragione, signora Vilabrù, era
incagliato in un ufficio vaticano di revisione interna per non so quali motivi procedurali che non mi
hanno saputo specificare, nonostante nell'intestazione documentaria figuri che il sei luglio del
millenovecentocinquantasette il santo padre Pio dodicesimo abbia decretato il carattere miracoloso di
una guarigione attribuita alla sua intercessione; in questi casi, normalmente, il processo non si ferma.
Ma non si preoccupi: nel giro di pochi anni raggiungeremo l'obiettivo, signora. E adesso, tra lei e me,
quali ragioni la spingono ad agire con tanta costanza nella causa Fontelles? Monsignor Escrivà i
Eccetera fece un sorriso dolce e paziente aspettando la risposta della dama.
Sappiate, monsignore, che io penso che non ve ne debba importare un fico secco dei miei
motivi, ma per educazione e buona creanza ve lo spiegherò: è l'amore. L'amore che muove il sole e le
stelle, monsignore. Ho giurato che lo avrei onorato per sempre, qualunque cosa fosse successa, ci
fossimo potuti sposare o no. Gliel'ho giurato alla pensione Ainet dove ci vedevamo di nascosto dal
mondo. Che nessuno tiri la prima pietra perché nessuno conosce l'innocenza dei nostri sentimenti. È
vero che c'è stato amore fisico, sì, ma quale esclusivo prodotto del nostro folle e profondo amore. Io
non sono stata una santa, finora, ma so che il nostro amore è stato santo. Sin dal primo giorno in cui mi
ha sfiorato con le sue dita per correggere la posizione del mio braccio quando posavo per il mio ritratto,
fino al tono calmo della sua voce, quella sicurezza che emanava dal suo sguardo limpido... Il suo
sguardo, che l'ultima sera era disperato come il mio, come se entrambi sapessimo che cosa doveva
succedere... Ho già detto che non sono stata una donna santa; mi sono sposata al servizio della
giustizia. Non amavo Santiago ma mi poteva tornare utile sposarmi con lui. Per lo stesso motivo sono
anche andata a letto con un uomo miserabile. Ma un giorno ho conosciuto il mio grande amore, l'ho
vissuto e mi è sfuggito tra le dita per colpa della vita. E adesso, monsignore, l'unico ricordo che rimane
di Oriol è mio; nessun altro pensa a lui. Ne rimane una traccia a Torena, un paesino che voi non
visiterete mai perché vi ci sporchereste le scarpe e l'orlo della sottana. A Torena rimangono le due
targhe con su scritto Calle falangista Fontelles, in una strada tappezzata di escrementi di mucca,
esageratamente ripida e che la gente continua a chiamare Carrer del Mig, lungo la quale, dicono, tre
donne del paese non sono mai più passate a causa del suo nome. Io non voglio questo per Oriol e me ne
sento responsabile. Il regime politico di Franco passerà, ne verranno di nuovi che malediranno quelli
precedenti e faranno sparire la targa. È la prima cosa a cui si dedicheranno: a cambiare i nomi. Allora
Oriol morirà un po' di più. Lui non era una cattiva persona, malgrado quello che è successo. Era
falangista, certo, una cosa logica in quel periodo; ma non merita l'odio con cui è ricordato. Per tutte
queste cose, monsignore, e per altre che adesso non mi vengono in mente, ho deciso molti anni fa di
approfittare del fatto che le circostanze della sua morte potessero favorire l'iniziativa del parroco del
paese e di mio zio monsignor August, che conoscete bene, per la proclamazione del mio Oriol come
Venerabile. Ho capito che i regimi passano, ma che la Chiesa rimane immutabile. Quindi, ho deciso di
far diventare Oriol un astro fisso di questa Chiesa. Oriol sarà fatto santo e io voglio vedere questo
momento. Per poterlo onorare pubblicamente, monsignore. Sto facendo uno sforzo immenso di
sincerità e io sola so quanto mi stia costando. La beatificazione e la canonizzazione del Venerabile
Fontelles sono diventate la ragione essenziale della mia vita; così tanto, che per questa ragione ho
sacrificato molte altre possibilità. E nessuno può criticare la mia scelta. Un giorno mi avete detto che
c'era un aspetto della mia vita privata che mi impediva di entrare nell'Opera. Sì, avevo un amante. L'ho
avuto, non so, per dodici o tredici anni. Sì, so già che cosa mi direte, ma non sono mai stata una santa.
Il santo è Oriol, non io. Io sono una donna che ha amato poco ma intensamente. Questo è
probabilmente anche il mio modo di odiare. Ho pianto la morte e l'assenza di Oriol come avevo pianto
quella di mio padre e di mio fratello. Ho pianto di nascosto per molti anni; di nascosto perché nessuno
deve conoscere mai questa mia pena. Piangevo e lavoravo senza compassione. Finché un giorno ho
detto basta e ho messo via il fazzoletto. Mi sentivo sola, soprattutto per il modo così peculiare che
aveva mio marito di intendere l'istituzione matrimoniale. Quando Santiago è morto ho deciso che ne
avevo abbastanza, che anch'io avevo diritto a..., mi avete capito, monsignore, e mi sono cercata un
ragazzetto non molto sveglio, che fosse sano e che fosse sempre a mia disposizione personale e
lavorativa. Non gli chiedevo di amarmi ma di scoparmi. Io non l'ho amato mai, sebbene l'ombra della
gelosia planò tra di noi. Non vi chiedo di capire, monsignore, ma la relazione segreta con quel figlio di
puttana di Quique Esteve è durata finché ha smesso di essere segreta. E adesso ho fatto una promessa a
Oriol, che voglio mantenere, di non far entrare più uomini nella mia vita: non mi posso permettere
alcuno sproposito. E mi muove anche una cosa che... Guardate, monsignore, in fondo, credo di farlo
per vendicarmi di Dio.
«Per fedeltà alla memoria di un uomo che non ha esitato a dare la vita per la Chiesa e per
l'integrità del Santo Sacramento dell'Eucarestia, monsignore.» Abbassò lo sguardo con la stessa
untuosità del suo interlocutore e insistette: «Semplicemente per questo, monsignore.»
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Così, forse, ti aiuto a ricordarmi un po', figlia. Tina copiò tutto così come aveva scritto Oriol. Il
resto della pagina, dopo questa frase, era occupato dal disegno di un uomo dagli occhi probabilmente
chiari, il volto anodino, normale, giovane, dai tratti delicati e anonimi. Lo osservò a lungo, sforzandosi
di immaginarsi Oriol mentre riproduceva la propria pena davanti a uno specchio sporco. Era proprio un
autoritratto del suo dolore, di quando Rosa se n'era andata delusa e schifata e lui, diventato
inaspettatamente un eroe, non aveva il modo di spiegarle che non sono più un vigliacco, Rosa. Si era
sentito più solo, lui e l'autoritratto fatto davanti allo specchio macchiato e scheggiato del bagno della
scuola. Mentre lo disegnava pensava oh, se potessi far coincidere desiderio e realtà e fare in modo che
queste pagine raggiungessero adesso Rosa, ovunque sia, e lei fosse d'accordo a non tornare qui finché
non sarà cessato il pericolo, oh, se potessi far coincidere sogno e veglia. Perché tra qualche giorno o
saremo liberi o saremo morti e io non potrò scegliere. Questa è la mia incertezza, mia amata Rosa che
mi odi perché sapevi sicuramente che cosa succedeva dentro di me quando andavo a casa di Elisenda a
fare il ritratto. E tu, figlia mia, devi sapere che tra una settimana o sarà tutto finito o... Finì l'autoritratto
con una certa fretta. Gli venne un volto spento, disincantato. Ma forse era proprio quella la sua faccia.
Non dovette correggere quasi nessun tratto, come se si fosse disegnato mille volte. E quando l'ebbe
terminato, pensò che poteva essere un bel ricordo per sua figlia nel caso il destino avesse deciso che era
giunta la fine, perché adesso pensava ogni giorno alla morte come a una circostanza come tante altre
che si potevano verificare prima di mezzanotte. Mi dispiace di averti fatto del male, Rosa.
Tina chiuse il quaderno perché sentì il rumore del portone. I quaderni segreti di Oriol Fontelles
erano un segreto non condiviso con Jordi adesso che Jordi non condivideva con lei il segreto della sua
amante ignota. Era la sua vendetta momentanea, finché non avesse avuto la forza di dirgli in faccia che
era scorretto, lui che doveva essere così onesto.
«Che fai?»
Lo ignoro? Lo mando a quel paese? Gli dico Jordi, dobbiamo parlare, so che hai un'amante? Gli
dico la tosse me la dovevi provocare tu?
«Niente, stavo rivedendo del materiale. Voglio lasciare tutto pronto per quando sarò tornata.»
«Davvero non vuoi che ti accompagni?»
«No, davvero...»
«Telefonami quando sai qualcosa.»
Tina non rispose. Che doveva dire. Che le dispiaceva che lui non si offrisse di accompagnarla
dal medico; che le sarebbe dispiaciuto se l'avesse accompagnata, perché l'abisso tra loro era troppo
grande; che aveva paura di andare da sola dal medico; che cosa ha lei che non ho io. Lei chi è. La
conosco? Eh? Per tutto questo era meglio andare da sola e affrontare da sola la paura.
Jordi lasciò la stanza togliendosi la giacca a vento. Lei sapeva che non appena avesse preso la
macchina per trasferirsi ufficialmente un paio di giorni a Barcellona per la visita ginecologica, Jordi si
sarebbe sentito libero da catene e sarebbe stato giorno e notte con l'amante misteriosa. Lo sapeva, ne
era assolutamente convinta. Ma non ci poteva fare niente. E in fin dei conti, anche lei a modo suo
l'avrebbe ingannato, perché non appena arrivata a Barcellona non andò a trovare i parenti, ma si recò
all'anagrafe a cercare una bambina nata nel quarantaquattro, che aveva probabilmente il cognome
Fontelles e la cui madre si chiamava Rosa. Ammesso che fosse nata a Barcellona. Dopo aver perso due
ore nell'immensità dei dati da controllare, le venne in mente di seguire la vaga pista trovata nei
quaderni di Oriol, del dottor Aranda, probabilmente specialista in tubercolosi, probabilmente
dell'ospedale per tubercolotici. Lì le tolsero ogni speranza, ma cosa vuole, un medico degli anni
quaranta, e se ne andò avvilita, pensando che forse era vero, chi le aveva ordinato di immischiarsi nella
vita degli altri, io che non sono né una storica né una detective né un familiare di nessuna delle persone
coinvolte, senza sapere che era coinvolta in questa storia solo per il fatto di essere stata la lettrice dei
quaderni di Oriol. Mentre meditava su queste cose dirigendosi verso l'uscita, l'infermiera che si trovava
accanto a quella con cui aveva parlato uscì dal bancone, la prese sottobraccio e le espose la sua idea, in
soffitta ci sono pacchi di registri ben legati e ordinati, facili da consultare, e quando aveva già le mani
nere per la polvere accumulata in quei fragili documenti con un leggero odore di muffa, tra i medici
degli anni dal quarantadue al quarantanove trovò il dottor Josep Aranda e adesso Tina sapeva che se in
quel periodo si facevano bene le cose, avrebbe potuto trovare il nome dei pazienti del dottore. Nelle
liste dei ricoveri di quegli anni lesse decine di nomi di donna e qualche Rosa, ma tutte di età
impossibili. Quando cominciava ormai ad ammettere che stava perdendo miseramente il tempo, le
venne in mente di guardare il fascicolo del dottor Aranda. Lavorava anche all'Ospedale del Torace di
Feixes. Con ostinazione evangelica, Tina lasciò tutto e seguì quell'indizio, sapendo che quel
pomeriggio aveva appuntamento con la ginecologa e prima si doveva preparare, poi doveva andare a
cena con sua madre e si doveva preparare ancora di più. Dopo due ore era negli archivi dell'Ospedale
del Torace di Feixes, perplessa davanti alle quattro schede di donne con bambini. Una sola si chiamava
Rosa. Rosa Dachs. Però aveva un figlio, non una figlia. Un'altra pista falsa.
Alle sette cominciava già a fare buio. La donna era arrivata preceduta dalla sua tosse e aspettava
nella sala alta e solitaria con il bambino in braccio. Suor Renata entrò di nuovo:
«Il dottor Aranda sarà occupato fino a sera.»
Non potè aspettare una risposta perché in quel momento la donna cadde indietro sbattendo la
testa. Nonostante avesse perso conoscenza, aveva messo istintivamente le braccia in modo da
proteggere il neonato nella caduta. Quando riprese conoscenza era stesa su un letto, in una sala grande,
separata da altri letti da una specie di paravento fatto con un lenzuolo, con il giovane viso di suor
Renata su di lei, e sentì che quella suora diceva sì, si è svegliata, dottore. Ma si riaddormentò prima di
poter chiedere di suo figlio. Non potè sentire il dottor Aranda che storcendo il naso diceva la vedo
molto male, non so se potremo fare qualcosa; come mai è venuta così tardi?
Nessuno gli poteva dire che Rosa, quando era fuggita da Torena, per non essere seguita da suo
marito non era tornata a casa né si era messa in contatto con i parenti. Si era sistemata in un'umilissima
pensione della Placeta de la Font, a Poble-sec, e lì aveva dato alla luce suo figlio, aiutata dalla levatrice
che i proprietari della pensione avevano mandato a chiamare urgentemente. Il bambino sembrava sano
e a posto. Lei lo aveva chiamato Joan e lo aveva registrato come figlio di ragazza madre, Joan Dachs.
Poi aveva scritto una lettera a Oriol in cui diceva Oriol, mi sento in dovere di comunicarti che hai avuto
una figlia e che sta bene di salute. Non te la farò mai conoscere perché non voglio che sappia che suo
padre è un fascista e un vigliacco. Non mi cercare e non mi far cercare: non sono a casa di tua zia, io e
mia figlia ci arrangeremo da sole. Non ho più la tosse. Me la dovevi provocare tu. Addio per sempre. E
firmava, mentre tossiva, quella missiva piena di bugie con la speranza che così Oriol avrebbe fatto più
fatica a trovarla. Tina pensava che crudele; ma io avrei fatto lo stesso. Forse. Che ne so. Se sono
incapace di dire in faccia a Jordi che è un figlio di puttana, che cosa avrei fatto al posto di Rosa.
Siccome Rosa non voleva andare alla posta a ritirare i soldi che probabilmente Oriol le mandava,
cominciò a guadagnarsi da vivere rammendando calzini, cucendo gomiti e ginocchi e cercando di
dimenticare che aveva vissuto momenti più felici, quando credevamo che tutti fossero buoni. Non
aveva fatto i conti, però, con un possibile aggravamento della tosse e della febbre, che ormai non
l'abbandonava. Per questo spese i pochi soldi che aveva potuto racimolare in un interminabile viaggio
fino a Feixes per vedere se il dottor Aranda le poteva fare una visita approfondita e restituirle la salute.
Invece di restituirle la salute, il dottor Aranda, stanco perché alle sette aveva già accumulato molte ore
di lavoro, storceva il naso e continuava a dire la vedo molto male. E come mai ha chiesto di me?
«Dice che è stata sua paziente. Non se la ricorda?»
«Se dovessi ricordare tutta la gente che... Come sta il bambino?»
Il bambino stava apparentemente bene, come se volesse deliberatamente ignorare che era figlio
di un padre fascista e di una madre malata, tutte e due condannati a morte con la sentenza sul punto di
essere eseguita. Joan aveva preso la parte buona di Oriol e di Rosa e sorrideva mentre si succhiava il
pollice.
Il dottore fece una visita completa al bambino: stava bene. Lo rimise in braccio a suor Renata e
non potè evitare di pensare a quello che veramente gli sarebbe piaciuto fare, che era una bella visita
completa a quella suora angelica e giovanissima responsabile del piano, che emanava un aroma di
giovinezza da fargli perdere la testa, e a volte si era sorpreso a guardarla immaginandola nuda,
immaginandola tra le sue braccia, che gli sorrideva e gli diceva ti amo, dottore. Suor Renata si
allontanò con il bambino. Aveva gettato verso il dottore uno sguardo lucido così lucido che il dottore
pensò gli avesse letto nel pensiero ed arrossì. Non pensò che invece era commossa perché vedeva che
quella creatura sarebbe rimasta sola se sua madre non avesse superato la notte.
Rosa si svegliò un paio di volte, disse che suo figlio si chiamava Joanet e, di fronte al tono
persuasivo della voce tranquilla di suor Renata, pur non volendo, le disse che il padre si chiamava Oriol
Fontelles e che viveva molto lontano.
«Seppure fosse in capo al mondo, dimmi dov'è e l'andremo a cercare.»
«No: non voglio che stia con lui.»
«Perché?»
Crisi di tosse. Suor Renata continuò ad accarezzarle la mano, aspettando pazientemente che si
calmasse. Quindi disse dolcemente, melliflua:
«Su, Rosa... Perché non vuoi che stia con lui, se è suo padre?»
«Perché è... Non voglio che mio figlio cresca sotto la sua influenza.»
«Perché non vuoi?»
«La pensiamo in modo diverso. In modo molto diverso.»
Suor Renata tacque. Ah, ecco. Con una certa diffidenza sulla punta della lingua:
«Cose di politica?»
Con uno sforzo supremo, Rosa sollevò il busto sul letto e disse a sorella Renata, con voce
cavernosa, giurami che se muoio farai tutto il possibile perché il padre di questo bambino non lo potrà
mai trovare.
«Lo giuro» disse la suora spergiura.
«Grazie.» Rosa, sfinita per lo sforzo del suo gesto, si lasciò cadere sul letto e il suo sguardo si
perse nella febbre.
«Sono qui con te, Rosa.»
Ci rimase finché Rosa, esaurita per tutto, si addormentò. Allora si dedicò a esplorare nella sua
borsa e a frugare in cerca di un indizio qualsiasi, finché le diedero il cambio e, invece di andarsene a
dormire, andò nella sua stanza al piano, soppesò la gravità dei peccati sulla bilancia, ritenne che
mentire fosse meno grave che abbandonare una creatura, gettò uno sguardo lì dove Rosa lottava con
poche forze per sopravvivere per suo figlio e chiese di essere messa in comunicazione telefonica con il
paese di Torena. Tra le dita, il biglietto da visita di un certo Pere Serrallac, marmista a Sort ma con casa
a Torena. C'erano solo dieci telefoni a Torena. Dovette aspettare moltissimo prima che potessero
stabilire la chiamata; chiese di quel Serrallac ma le dissero che non aveva il telefono e che sarebbero
andati a cercarlo. Allora chiese direttamente di Oriol Fontelles e Cinteta, la ragazza dei telefoni,
frastornata da tutto quello che stava succedendo in paese, disse il maestro? Si riferisce al maestro?
Allora la suora spergiura, senza accorgersene, sbatté gli occhi in un modo che l'avrebbe dovuta vedere
il dottore e disse è maestro, Oriol Fontelles? E dopo qualche secondo: devo parlarci per una cosa
urgentissima, molto grave.
Cinteta, piagnucolosa, non trovò il maestro a scuola e poiché vide della luce in chiesa pensò che
forse il prete... Dopo un lungo intervallo di rumori e di attesa, suor Renata sentì una voce femminile e
autoritaria che diceva pronto, con chi parlo. Suor Renata spiegò che doveva assolutamente mettersi in
contatto con il signor Oriol Fontelles. Elisenda vacillò. Fu sul punto di riattaccare, ma il fiuto per le
cose importanti la trattenne in quel momento dal dar peso alle sottigliezze. Suor Renata insistette per
parlare direttamente con il signor Oriol Fontelles.
«Non può venire al telefono... No... è impossibile» voce roca di Elisenda.
«Ho un messaggio molto importante per lui.»
«Il signor Oriol Fontelles è appena morto» voce gelida di Elisenda.
«Mi scusi. Io...»
Malgrado ciò che stava vivendo in quei momenti, Elisenda riuscì ad aprire gli occhi:
«Perché lo voleva?»
«Beh, perché... perché sua... sua moglie sta morendo.»
«Rosa?»
«Sì. Ho qui suo figlio.»
«Oriol Fontelles ha una figlia.»
«Un figlio.»
Nonostante ciò che stava succedendo a Torena, nonostante stessero accadendo cose terribili e le
quattro lampadine pubbliche, per la vergogna di tutto questo odio, si fossero spente, Elisenda colse
l'importanza della notizia e fece finta di non sentire gli spari sulla strada.
«Sono un'amica di famiglia. Mi prendo cura personalmente di questo bambino. Manderò i miei
avvocati dove lei mi dirà.»
Suor Renata la desiderata, dopo aver sentito che quella voce le esigeva assoluta discrezione,
riattaccò inquieta, soprattutto per la parola avvocati e per il tono autoritario, pensando che forse
avrebbe dovuto consultarsi prima con le sue superiori, pensando che doveva confessarsi per la bugia
proferita al capezzale di una malata, pensando che, se quella povera donna fosse sopravvissuta, avrebbe
fatto molta fatica a guardarla negli occhi, non pensando che il dottore desiderava invece guardare lei
per un ripasso generale, non pensando che a soli ventun anni, a tre anni dal suo ingresso nell'ordine con
l'intenzione di offrire un servizio ai derelitti, lei da sola si era eretta nel destino di quella creatura.
Tina uscì dall'ospedale che era già buio, rimuginando sul fatto che Rosa non aveva mai saputo
tutta la verità su suo marito, che la tradiva con un'amante ma anche con una guerra segreta. Joan. La
figlia mia che non so come ti chiami si chiama Joan e in quest'ospedale si perdono le sue tracce, del
tutto, come se fosse morta accanto alla povera Rosa. A causa probabilmente dell'alterazione dovuta alle
scoperte appena fatte, durante la visita non fu per niente rilassata e la ginecologa, più silenziosa del
solito, le fece male durante l'esplorazione; poi, tutte e due sedute, una davanti all'altra, rimase un
minuto con lo sguardo fisso nel vuoto e Tina cominciò a sentire davvero paura.
«Me lo vuole dire, dottoressa?»
La dottoressa la guardò, accennò un brevissimo sorriso timido e prese i fogli che aveva davanti,
come se le servissero per difendersi.
«Dobbiamo estirpare» disse alla fine, in modo quasi impercettibile.
Tutta la vita temendo quell'istante e quel fottuto momento era arrivato. Adesso, dosi di terapia
aggressiva, dimagrire, diventare calva e morire.
«È molto esteso?»
«Non c'è metastasi. Questa è una buona notizia. Però dobbiamo intervenire in fretta.»
«Non ho portato il pigiama.»
Nonostante tutto, la dottoressa sorrise. Agenda in mano, decisero il giorno del ricovero. Le
assicurò che era tutto sotto controllo, che la terapia non sarebbe stata eccessivamente aggressiva, che
erano arrivate in tempo, che io direi più del settanta per cento, che non ci sono quasi mai sorprese, che
nella sfortuna ha avuto fortuna, e lei, nel taxi, gli occhi spalancati che non guardavano da nessuna
parte, si ripeteva c'è da riderci, mi dicono pure di essere contenta, e la cena con la madre fu difficile
soprattutto perché dovette sopportare la predica da nonna addolorata perché il suo unico nipote se n'è
andato senza dire niente, tranne una telefonata di corsa, nonna, entro a Montserrat, e lei che vuol dire
entrare a Montserrat? E lui, che mi faccio monaco. La nonna aveva pensato che Arnau scherzasse e non
ne aveva parlato con nessuno. Non aveva neanche telefonato a sua figlia perché semplicemente non ci
aveva creduto. E adesso, a bocca aperta, sentiva la conferma da quella fessa di Tina, che si lasciava
scappare l'unico nipote che aveva.
«Mamma, non cominciare. È andata così.»
«È tutta colpa vostra.»
Lo so che il mondo è colpa mia, ma penso che se Arnau ci avesse voluto spiegare i suoi sogni,
noi non saremmo rimasti così sorpresi come te.
«Non è colpa di nessuno. Ha preso una decisione da uomo adulto.»
«L'avete educato male.» Dopo un silenzio funesto e lunghissimo: «Che fa Jordi?»
Corna.
«Bene.»
«E tu? Quei fastidi?»
Tumore al seno.
«Niente. Sto bene, adesso.»
39
Madame Corine (Pilar Mengual, fuori dal lavoro) guardò con occhi inquieti la donna e i suoi
due accompagnatori. Non distinse bene il viso della signora perché portava un velo scuro che le copriva
i lineamenti.
«Sono coscienti del fatto che se accetto perdo un cliente?»
«Non me ne importa un bel niente dei suoi problemi di lavoro» disse pallido l'avvocato Gasull
mentre depositava un po' di cenere sul piattino.
«E invece a me sì.» Alzando la voce: «Ma lei pensa che...»
«Se si rifiuta» interruppe Gasull con gentilezza, senza guardarla negli occhi e tirando una
boccata «avviseremo semplicemente la polizia, gli diremo che El Nidito esiste malgrado i divieti
espliciti del Caudillo e gli daremo l'indirizzo. Probabilmente, la prima cosa che faranno è mandarle una
squadra di falangisti indignati a distruggere tutto; la polizia arriverà tardi e quando sarà qui gli
racconteremo quella storia dello scorso Natale con quella ragazza galiziana.» Si tolse una briciola di
tabacco dalla bocca e sorrise alla madama. «È la nostra controproposta.»
La madama si alzò, pallida di rabbia, andò verso un armadietto, ne aprì lo sportello con una
chiave che aveva indosso e da lì prese un'altra chiave. C'era attaccata l'etichetta con il numero quindici
ed Elisenda ebbe un tonfo al cuore.
«Secondo piano.» Gasull gliela prese quasi dalle dita. «E per l'amor di Dio, non fate rumore.»
L'uomo grasso strizzò impercettibilmente l'occhio lacrimoso alla signora dal volto velato e tutti
e tre abbandonarono il salotto del Nidito in direzione della scala che li avrebbe portati al secondo piano.
«All'inferno le signore che sono più troie delle puttane» borbottò la madama mentre gli ospiti
abbandonavano la sala. Si fermarono tutti e tre di botto.
«Che ha detto?» fece l'uomo grasso, in tono di profonda minaccia.
«Mi vietate anche di incazzarmi, adesso?» la madama aveva alzato la voce, senza scomporsi.
«Lasciatela stare» ordinò la signora Elisenda andando verso la scala. I due uomini la seguirono
dopo aver guardato madame Corine con il peggior sguardo del loro catalogo.
Gasull mise la chiave nella serratura e aprì. Entrarono tutti e tre insieme nella stanza. Il signor
Santiago Vilabrù Cabestany (dei Vilabrù-Comelles e dei Cabestany Roure) stava praticando un
elaboratissimo cunnilingus a una donna giovane ed esuberante che Elisenda riconobbe subito come
quella puttanella della Recasens. Tita, la sorella di Pili, sì, la Milonga, come la chiamano.
Il signor Santiago, nudo e con il sesso pronto, si girò spaventato. Impallidì nel vedere la sua
amata moglie, che non andava a trovare da un paio di mesi o forse anche di più, che si era alzata il velo
scoprendosi il volto e avanzava verso di lui e verso Tita Recasens, che in quel momento chiudeva le
gambe, ancora disorientata. Santiago Vilabrù si coprì con tutte e due le mani il sesso che via via si
rimpiccioliva mentre Tita saltava giù dal letto con l'intenzione di sparire.
«Tu non ti muovere» fece Elisenda, autoritaria.
La coppia furtiva era così sorpresa che non aveva la forza di contrattaccare. Tita non si mosse e
Santiago rimase in piedi, pallido, rosso, verde, desiderando di non essere lì.
«Adesso» gli disse Elisenda «firmerai un paio di cose.»
«Che c'è? Che vuoi?»
«Il signor Carretero» annunciò indicando l'uomo grasso «sta stendendo un atto notarile della
situazione.»
«Mi vuoi ricattare...»
«Non lo so.» A Tita Recasens: «Mio marito viene qui due volte a settimana. Una volta con te e
un'altra con una prostituta.» Con un sorriso garbato: «Attenta che non ti abbia contagiato qualcosa
perché gli piacciono quelle che si danno da fare.»
«Sei una...»
«Sì. Vuoi che ti dica che cosa sei tu?»
«Un attimo, che mi vesto.»
«No. Tu rimani qui tranquillo.»
«Non ci penso nemmeno.»
«Benissimo.» Elisenda a Tita Recasens: «Ha retto il trucco, bellezza?» E in tono secco, a
Gasull: «Fai entrare i fotografi.»
I fotografi non entrarono, Tita Recasens fu mandata in bagno e il signor Santiago Vilabrù
Cabestany (dei Vilabrù-Comelles e dei Cabestany Roure) concluse tutti i patti nudo come mamma
l'aveva fatto. Il primo punto dell'accordo si riferiva all'adozione da parte dei coniugi Vilabrù i Vilabrù
di un bambino di nome Marcel, di genitori ignoti.
«Da dove salta fuori?»
«Non ti interessa.»
«Cos'è questa storia?»
«Tu firma qui e stai zitto.»
Gasull gli passò la penna e Santiago Vilabrù dovette appoggiarsi al letto d'amore e di peccato
per firmare il foglio in cui mostrava, ignudo, il proprio desiderio di adottare quella creatura.
«Che cosa mi stai facendo?»
«Che cosa mi stai facendo tu da quando siamo tornati. E anche da prima.»
Il secondo documento indicava la beneficiaria per testamento, la signora Elisenda Vilabrù
Ramis (dei Vilabrù di Torena e dei Ramis di Pilar Ramis di Tìrvia, metà troia metà meglio non parlarne
per rispetto del povero Anselm), della fortuna del signor Santiago valutata in cinque palazzi a
Barcellona, un bel mucchio di ettari di terra nella Vall d'Àssua e in altre località della regione e un
capitale di tutto rispetto ma che diminuiva, sebbene non in modo allarmante, perché il signor Santiago
Vilabrù Cabestany (dei Vilabrù-Comelles e dei Cabestany Roure) aveva deciso che era più comodo
vivere di rendita. Firmato al Nidito, li venti novembre millenovecentoquarantaquattro.
Gasull gli prese la penna, come se avesse paura che l'altro la nascondesse in qualche posto
impossibile.
«È meglio che tu non venga a Torena» gli disse lei. «Se devi venire, avvisami.»
«Ho il diritto di venire quando voglio.» Gli venne in mente all'improvviso, come se fosse
spiritoso: «A trovare mio figlio, no?»
«Ho comprato una casa a Barcellona. Tieniti la casa di Sarrià e fai uno sforzo per non venire
mai. Neanche a trovare mio figlio.»
«Riceverà una copia dell'atto notarile» lo informò il notaio Carretero senza entusiasmo.
«La butterò nel fuoco.»
«Può farlo tranquillamente.» Lo guardò negli occhi e per la prima volta in tutto il pomeriggio
sorrise e scosse il capo: «La farà sentire meglio.» A Elisenda: «Io ho fatto, signora.»
«Potete continuare» disse gentilmente Elisenda. «Vuoi che ti ricordi dove eravate?»
40
Il cielo era così infarinato di stelle che con quel solo chiarore potevano camminare. Non l'aveva
mai visto così definito e limpido. L'acquazzone di metà pomeriggio aveva pulito il paesaggio dalla
polvere. Guardava il cielo e pensava quanto mi piacerebbe poter contemplare questa meraviglia con la
felicità nel mio intimo. Da troppo tempo tutto piangeva dentro di lui e addirittura gli dispiaceva che
esistessero quei paesaggi così commoventi, perché non li poteva condividere né con Elisenda, che lo
credeva a scuola a dormire, né con Rosa, che non sa che non sono così vigliacco, né con la figlia che
non conosceva. Prima di entrare nella striscia bianca della strada del Xivirró, sotto la roccia Fitera,
vicino a dove muore il sentiero che scende dalla Cometa, il capo del drappello, un minatore asturiano
ritroso e dagli occhi brillanti, si fermò così all'improvviso che Oriol, distratto dalla sua pena, ci andò a
sbattere contro con il naso. Tutto il gruppo si fermò e rimase in un silenzio più profondo del nulla.
Oriol capì che quegli uomini si erano abituati a trasformarsi in sassi e a non lamentarsi. Forse anche
tutti loro piangevano dentro; ma sapevano trasformarsi in paesaggio. Senza volerlo, respirò troppo forte
e una mano nervosa gli pizzicò la spalla destra intimandogli in silenzio di morire asfissiato piuttosto
che smettere di essere una pietra. In quel momento si rese conto del perché di tanta quiete. Dalla strada
in cui si stavano immettendo veniva un rumore di piedi strascicati e un suono di allegri campanacci.
Capre? Pecore? Mucche? Sentì la tosse roca del pastore molto prima di poter vedere qualcosa. Quando
i suoi occhi si furono abituati alla striscia un po' più chiara della strada, vide che le allegre pecorelle
erano un'intera compagnia di guardia civil e che il pastore aveva il grado di capitano. Com'era possibile
che pattugliassero a quella quota? Qualcosa doveva star cambiando nella testa dei comandi militari
della zona, perché fino ad allora avevano evitato queste incursioni nella Serra d'Altars e in zone
boscose per paura di subire troppe perdite e di avere scarsa capacità di reazione.
L'intero gregge di pecore, armato fino ai denti, passò davanti all'esiguo drappello di maquis
solidamente rinforzato da un maestro di paese che tremava come una foglia di faggio. Un puzzo sordo e
denso accompagnava il bestiame, come un'eco che ne ricordava la presenza. Dopo moltissimo tempo, il
capo del gruppo si alzò. Oriol gli si avvicinò:
«È da molte ore che sono in giro per la ronda. Questi si sono persi» sussurrò all'orecchio
dell'altro.
«Perché?»
«Non tornano verso Sort, camminano di notte e hanno preso la pioggia del pomeriggio.»
«Come lo sai?»
«Non hai sentito il puzzo che facevano di lana bagnata? Si sono persi!»
Una mitragliatrice con cinque nastri, tre granate a testa e otto fucili lenti ma affidabili.
Ripercorrendo i loro passi silenziosi, i dieci uomini si imboscarono all'altezza del tornante del Solanet.
La mitragliatrice e i due uomini che la azionavano in mezzo alla strada, protetta da alcune pietre che
avevano fatto rotolare fin lì. Il segnale sarebbero stati i due spari che dovevano neutralizzare il pastore,
il suo aiutante, il fattore e il garzone. E la speranza che gli uomini della guardia civil, spaventati, senza
nessuno che gli desse ordini, cominciassero a correre giù per la montagna fuggendo dai proiettili della
mitragliatrice e degli otto fucili. L'improvvisazione poteva arrivare solo fin qui e il capo del drappello
in quel momento avrebbe voluto che il tenente Marcò fosse stato al suo fianco per benedire la proposta
tattica fatta dal maestro, che era più sveglio di quanto sembrasse.
Ciò che richiese più sforzo fu trattenere le dita perché non cominciassero a sparare prima che
tutta la compagnia avesse superato il tornante. A quel punto, due uomini scesero sulla strada e chiusero
il passo da quella parte. Il capo del drappello mirò al pastore, si sentirono i primi colpi e la
mitragliatrice iniziò a vomitare pezzi di morte. Oriol Fontelles, maestro nazionale di scuola elementare,
non sapeva che il modo migliore di impostare un attacco dal punto di vista militare era prevedere le
reazioni del nemico e trasformarsi nel suo destino cieco, come suor Renata la desiderata. Oriol non lo
sapeva perché non aveva mai partecipato ad alcuna azione direttamente militare e quando qualcuno
riceve il battesimo del fuoco non gli si spiegano tante sottigliezze, ma si vede che ho una certa abilità in
questioni strategiche. Te lo saresti aspettato? Io a studiare per essere maestro e avrei potuto diventare
famoso con... Non mi va di scherzare, adesso, Rosa. Sto scrivendo a te o a nostra figlia? Non lo so: ma
non posso fare a meno di dirti che mi ha sorpreso vedere come, inesorabilmente, gli agenti della
guardia civil che erano fuggiti alle prime scariche, dopo aver sparato alla cieca contro i fantasmi degli
ultimi faggi, e dopo aver atteso inutilmente che il capitano o il tenente gli dicessero che cosa dovevano
fare (il pastore, un proiettile in bocca, e l'aiutante, una crisi di panico che l'aveva lasciato a terra
paralizzato), cominciarono a saltare giù per il pendio schivando i faggi, speranzosi di farcela perché da
quella parte non erano arrivati colpi. Ma dopo trenta passi di illusione, saltavano in aria docilmente,
con un urlo smorzato dallo strepito degli spari che venivano da sopra, dall'alto della gola dei Forcallets,
spappolandosi la memoria sulle pietre bianche del fondo, come se sapessero che quelle erano le pietre
che Pere Serrallac delle pietre lavorava con pazienza infinita per trasformare in lapidi. Come se
avessero fretta di chiudere il ciclo. Come se sospirassero il calore della tomba gelida.
Oriol sparò il suo mauser. Aveva la certezza di avere ammazzato due o tre uomini. Tre. E non
provò alcun rimorso perché davanti a lui c'erano i grandi occhi del Ventureta che lo guardavano nella
stanza del comune, sperando forse che il maestro avesse più coglioni e lo salvasse. E sentiva anche
l'affanno pieno di panico del contadino di Montardit, il suo faro; ma chi avrebbe voluto avere davanti
era Valentí Targa. Gli avrebbe svuotato dieci caricatori nell'occhio sinistro per ridare un po' di allegria
al ricordo del Ventureta.
L'indomani, dopo molte ore di ricerca perché il terreno e l'accesso non erano facili, le autorità
poterono fare un bilancio di quell'infame operazione a tradimento degli inesistenti guerriglieri nemici
della patria: sedici agenti con la testa spappolata sul fondo della gola dei Forcallets, un caporale
infilzato su un ramo di faggio, come se fosse un'oliva ripiena, mentre scendeva a spappolarsi la testa
con quell'allegria, quattordici agenti uccisi dai proiettili, sette feriti immobilizzati e il resto sparpagliati,
con la faccia pallida di panico dopo aver verificato che passare una notte soli nel bosco o al fresco della
montagna brulla, attaccati al mauser e con gli occhi doloranti per averli tenuti sempre aperti, era più
faticoso che lasciarsi morire di freddo. E poi, un capitano senza bocca e un valoroso aiutante ancora
paralizzato dalla paura e dalla via crucis che lo aspettava a partire da quel momento perché non poteva
presentare neanche il passaporto di una ferita per stemperare la vergogna della viltà.
Il tenente Marcò guardò il capo del drappello e Oriol Fontelles. L'apprendista generale e il
maestrino.
«Dodici uomini contro più di ottanta nemici.» Guardò il suo uomo: «La temerarietà non è una
virtù militare.»
«Andavamo sul sicuro. Il luogo era perfetto.» Per il maestrino: «Ci sa fare, ha idea dei
movimenti.» Ammirato: «L'idea è stata sua.»
«Il suo posto non è qui» rispose secco l'altro, con lo sguardo ancora più cupo. E fece loro segno
di oltrepassare la porta con lui.
Entrarono in una specie di stanza più ampia, con tavole di legno come soffitto, che dava
direttamente là dove in tempi di miseria, ma più felici, il bestiame da stalla riscaldava coloro che
tremavano di sopra. Dieci volti cupi li aspettavano da ore. Brutte facce. Il tenente Marcò spiegò loro,
senza preamboli, che cos'era la Grande Operazione, perché era opportuno creare mille centri di tensione
nella zona, come quello creato nella notte scorsa con l'eliminazione di un'intera compagnia della
guardia civil. Bisognava moltiplicare le operazioni, farli diventare nervosi ovunque e senza pausa.
«E la Grande Operazione?»
«Un esercito del maquis invaderà la penisola per sconfiggere il fascismo.»
Silenzio. Era grossa e impensabile per degli uomini consumati dalla fuga quotidiana.
«C'è così tanta gente, nel maquis?»
«Se ne sta reclutando fuori. E anche dentro.» Guardò istintivamente Oriol, ma dissimulò lo
sguardo: «C'è molto movimento in queste settimane.»
«Che giorno? Da dove? Chi comanda? Quante possibilità ci sono che? Quanta gente sarà? Che
Cosa prevedono per dopo? Vogliono che il popolo si sollevi? Sanno che la gente è stanca? Hanno
considerato...»
«Non so nient'altro. Mi hanno solo ordinato di comunicarvelo.»
«E perché non ci uniamo all'esercito del maquis?»
«Il nostro lavoro è diventare il foruncolo sul culo dei fascisti, come finora e anche di più.»
Ti giochi la vita, figlia mia, per diventare un foruncolo sul culo. Il mio grande obiettivo di quel
momento: essere un mostruoso pedicello sul culo dell'esercito di Franco e di tutti i fascisti.
La gola dei Forcallets in inverno, ventotto anni dopo, non mostrava segni dei caduti per le
astuzie dell'imboscata del maestro di Torena. Il figlio di Pere Serrallac comprava il marmo da un
grossista della Seu che lo importava un po' da ovunque. Aveva nevicato molto, da allora. Marcel frenò
gli sci con un movimento perfetto esattamente là dove suo padre aveva indicato che dovevano piazzare
la mitragliatrice al minatore asturiano che comandava il drappello, in mezzo alla strada sterrata, per
sbarrare il passo a pastore e mandriani e creare sconforto e confusione tra il bestiame ovino
d'occupazione.
«Qui. Esattamente qui» disse Marcel.
Non una mitragliatrice, ma una ragazza dai capelli lunghi e neri, raccolti in un cappello giallo,
frenò proprio dove le aveva indicato Marcel.
«Perfetto. Direi che puoi già andare sola.»
«Ma non siamo su una pista, vero?»
«Non ti preoccupare: lo conosco come...»
Stava per dire come la fica della pastorella ma si trattenne. Quanto gli mancava Quique. Con lui
apriva nuovi itinerari, segnalava passaggi per la pratica dello sci nordico, teorizzava sulla potenza delle
seggiovie e sui contorni delle gambe delle ragazze e tutta la vita era giovane. Ma un bel giorno, dopo
quella storia delle docce, Quique se n'era andato senza dire neanche crepa. Sua madre gli aveva detto di
sfuggita che gli era stato proposto un contratto a Saint-Moritz, e se è vero ha fatto bene ad andarsene,
però quel figlio di puttana avrebbe potuto almeno dire ciao. O crepa. O qualcos'altro, perché per quanto
lo odiasse, lo invidiasse, lo disprezzasse e lo stimasse, Quique sarebbe stato sempre Quique, il suo
iniziatore nell'arte del sesso, nel sesso come arte, nelle docce della Tuca e poi alla Casita Blanca o al
Nidito, dove lo aveva fatto entrare in contatto con le donne per davvero, non quelle dei playboy
clandestini. E adesso spariva senza lasciare traccia, il cretino.
«Scendiamo?»
«Aspetta. Non trovi bello tutto questo?»
Lei disse di sì. Marcel Vilabrù passò gli occhi golosi sul paesaggio che tanto amava. Più su del
Solanet si indovinava un pezzo di parete dell'Obi Blau. Gli era impossibile distinguere i passi di Oriol
Fontelles, suo padre, che aveva percorso una cinquantina di volte quel sentiero a piedi, sempre di notte,
portando materiale leggero e semileggero, con la paura in corpo, maledicendo il peso della cassa di
proiettili, ammirando il silenzio ferreo degli altri guerriglieri, ognuno dei quali aveva in testa il proprio
mondo di dolore, di oblio o di nostalgia, ma se lo teneva dentro per paura di perdere la mira se gli
venivano le lacrime agli occhi.
«Sì, molto bello. Andiamo?»
Allora lui la baciò, così di lato, per colpa degli sci. Un bacio in bocca, profondo. Sentendosi
corrisposto, fu cosciente che questa era la prima volta, da quando si era sposato con Mertxe, senza
contare puttane e nordiche, che aveva baciato una donna di cui conosceva il nome e di cui si poteva
innamorare. Aveva resistito un lungo anno di abnegata fedeltà eterna. Beh, forse avrebbe dovuto
togliere la Bascompte e quella... sì, Nina. E qualcun'altra, sì, d'accordo.
«Dai, non fare il matto» disse lei, allontanandolo e sistemando gli sci. Marcel pensò non fare il
matto però ti è piaciuto, eh. La discesa fino alla base della stazione non fu interrotta da nessun
commento, né mentre scivolavano lungo il versante dove avevano fatto scoppiare il cranio al capitano
pastore, né mentre schivavano il grosso abete dove Oriol Fontelles aveva pianto una notte in cui si
sentiva abbandonato anche dalle proprie forze perché era da sei giorni che non dormiva per più di tre
ore. Giù li aspettava Mertxe, un po' scocciata, un po' incinta, un po' nervosa perché sono le due e mezza
e muoio di fame. Forse fu per il bacio clandestino, fatto sta che Marcel non protestò reclamando altre
piste, salutò educatamente la ragazza con i capelli neri del bacio furtivo, come fece con un altro paio di
clienti, e si diresse docilmente verso la macchina, seguito da Mertxe.
La messa di mezzogiorno nella chiesa di Sant Pere di Torena, in presenza delle autorità locali,
cioè la signora Elisenda Vilabrù di casa Gravat, il sindaco e capo locale del Movimento signor Valentí
Targa, il signor Oriol Fontelles, vice capo locale della Falange e maestro titolare del paese, il fedele
Jacinto Mas, autista dal viso sfregiato, specializzato nei segreti della signora, Arcadio Gómez Pié,
gorilla dai capelli ricci e dalla lealtà provata nei confronti del signor Valentí, e Balansó, gorilla dai baffi
sottili e secchi, e in presenza di una dozzina e mezza di sudditi fedeli agli interventi severi ma necessari
del primo sindaco della storia di Torena che faceva solo il sindaco, finì con la breve conversazione
all'ombra del porticato a cui si univa volentieri padre Aureli Bagà e durante la quale il sindaco Targa
distribuiva benedizioni ed emetteva sentenze. Com'è gratificante comandare quando la propria autorità
emana dalla stessa essenza di chi comanda o, come direbbe padre Bagà, quando si accetta l'autorità che
ci viene donata da Dio. E mentre si dicevano sì, no, vedremo, ecc., facevano passare il tempo per
stuzzicare l'appetito prima di andare a prendere un aperitivo da Marés, la rovina settimanale per l'oste,
che doveva ancora trovare il coraggio di presentare il conto a Targa. La signora Elisenda, che non
metteva piede nei bar né camminava per il paese, tornava a casa perché questo era uno dei pochi
momenti in cui si dedicava a ricevere l'amministratore e a parlare in modo rilassato di bestiame,
tonnellate di fieno, prezzo della libbra di carne, salute di tutto il bestiame e possibilità di acquisto di
qualche pezza sotto il Batlliu. Il sacerdote prese da parte Oriol e con buona intenzione, desiderando
aiutare un uomo così onesto, gli chiese se poteva fare qualcosa per risolvere la separazione con sua
moglie.
«Credo che non sia un problema di sua competenza, padre. Se n'è andata per motivi di salute.»
«In paese si dice dell'altro. Non è bello dare il cattivo esempio. E poi la trovo molto sciupato. Se
vuole liberarsi delle sue angosce, io...»
«Non ha il diritto di impicciarsi.» Lo guardò negli occhi con un certo disprezzo e decise di
mentirgli: «Mia moglie ed io ogni tanto ci vediamo.»
«Ma...»
«Non l'ha mai sentita tossire?» Adesso alzava la voce, non con l'autorità conferitagli da Dio
(non era certo il caso), né con quella che emanava dalla sua stessa essenza (neanche questo lo era), ma
con quella sorta dall'irritazione: «Non ha visto com'era pallida?...»
«E perché tu non l'hai seguita, figliolo? Il dovere di ogni buon marito...»
«Arrivederci, padre. A domenica prossima, se potrò venire.» Un altro nemico, figlia mia. Con
quale facilità mi faccio odiare.
Il signor Valentí disse agli altri di cominciare ad andare, prese Oriol sottobraccio e lo portò a
passeggio su e giù per il Carrer del Mig, come due vecchi amici. Aspettò un tempo prudente perché a
Oriol fosse passata l'irritazione.
«Non gli dare retta.» Riferendosi al sacerdote: «Deve sempre dire la sua.»
Oriol non rispose. Valentí si fermò e lo guardò:
«Sai la notizia?»
«Sì, ne parlano tutti.» Fece una smorfia di preoccupazione profonda: «Un'intera compagnia?
Cento uomini?»
«Ottanta. Ci sono dei sopravvissuti. Sembra che li abbia attaccati una squadra di più di cento
maquis.»
«Da dove viene fuori tutta questa gente?»
«Tu dove ti eri cacciato? Ieri non sei mai stato in paese.»
«Ad annientare la compagnia.»
«Non lo dire neanche per scherzo.»
«Mi controlli?»
«No.» Prese a camminare lentamente, continuando a guardarlo negli occhi: «Ma forse lo dovrò
fare.» In tono autoritario: «Nel pomeriggio dovremo scendere a riferire tutto quello che abbiamo visto e
sentito la notte scorsa.»
«Non ho sentito niente. Dormo come un sasso.»
«I miei uomini mi hanno detto che hanno notato dei movimenti vicino al paese. Tu non te ne sei
accorto?»
«Ti ho già detto che non ho sentito niente.»
Fecero il resto della strada in silenzio. Oriol, per togliersi uno strano prurito, disse:
«Comunque, è inutile dire che sono a disposizione delle autorità.»
Valentí sorrise. Forse stava solo aspettando di sentire questo.
41
Viene dal latino baptismus, che a sua volta viene dal greco baptisma o baptismós, immersione,
abluzione. È questo, fratelli, il simbolo del presente sacramento: lavare, purificare l'anima che arriva
morta a causa del peccato originale. Quindi, tutto ciò che possiamo dire dell'atto battesimale è che
consiste in un lavaggio del corpo, che prefigura e rappresenta il lavaggio che sta avvenendo nell'anima
del neofita. Lo definiva così già san Tommaso d'Aquino quando lo chiamava abluzione esterna del
corpo eseguita con la prescritta forma delle parole. Sacramentum regenerationis per aquam in verbo.
«Padre...»
«Sì. Per concludere, voglio solo ricordare che è verità di fede, già definita a Trento, che ricevere
il battesimo è di assoluta necessità per la salvezza, sebbene Santa Madre Chiesa, comprensiva e
misericordiosa, distingua tre specie di battesimo in base al modo in cui viene somministrato il
sacramento: cioè...»
«Padre.»
«Solo un attimo: cioè, battesimo di acqua (o fluminis), battesimo di desiderio (o flaminis) e
battesimo di sangue (o sanguinis).»
Sangue del tuo sangue, Oriol. Tu ti perpetui e io attraverso di te.
«Padre, forse...»
«Sì. Vediamo: quale sarà il nome del bambino?»
«Sergi» disse Mertxe.
Oriol, pensò Elisenda, che era la sua madrina. Per me si chiamerà sempre Oriol. Amore, hai già
un nipote. Sangue del tuo sangue. Chissà se così mi potrai perdonare. Sai che il dottor Combalia dice
che forse sto diventando diabetica? Domani devo andare a... Io, sono io la madrina, certo.
«Allora si avvicini, per favore, signora, con questa piccola anima assetata che chiede di entrare
nella Chiesa dei Giusti.»
La signora Elisenda si accostò alla fonte battesimale con il nipote del falangista Oriol Fontelles
in braccio. Lo stesso naso. La stessa smorfia della bocca, ancora di più che Marcel. Come mai la gente
non se ne accorge? È possibile essere così ciechi? O forse nessuno ricorda la faccia del mio segreto...
«Sergi, io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.»
Quando don Rella diceva Sergi si stava riferendo a Sergi Vilabrù (dei Vilabrù-Comelles e dei
Cabestany-Roure e dei Vilabrù di Torena e dei Ramis di Pilar Ramis di Tìrvia, metà troia metà meglio
non parlarne per rispetto del povero Anselm, presunto e teorico bisnonno del bambino) i
Centelles-Anglesola (dei Centelles-Anglesola imparentati con i Cardona-Anglesola dalla parte
Anglesola, e degli Erill de Sentmenat, perché la madre della madre è figlia di Eduardo Erill de
Sentmenat, che tra cinque mesi avrà un'angina pectoris, sì, per il casino della Maderas Africanas. O
forse per quello che si sta già preparando, lo scandalo della Banca de Ponent, sì). Dunque, don Rella
disse Sergi, io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Veramente disse Sergi,
ego te baptizo in nomine Patris et Filii et Spiritu Sancti.
«Amen» risposero le ottantré persone che si erano riunite per quella cerimonia intima nella
parrocchia di Sant Pere di Torena, fino a dove erano dovute salire perché alla Vilabrù piace rompere i
coglioni e farci calpestare merda di mucca, quando la cosa più normale sarebbe stata battezzarlo nella
cattedrale di Barcellona. E invece no, beccati questa, perdi tutto il giorno, prendi la macchina e
imbrattati le scarpe a Torena. Sì, amen, avevano risposto gli ottantré invitati sorridenti. Agli ottantatré
invitati non gliene fregava niente di Sergi/Oriol. Il ventisei per cento era lì per essere visto dalla signora
Elisenda, che faceva da madrina al suo primo nipote per quanto non fosse del suo sangue. Un altro
ventiemezzo per cento voleva che il signor Marcel Vilabrù i Vilabrù li vedesse là, al battesimo del suo
primo figlio e che ne seguano tanti altri, signor Vilabrù. Non arrivavano al diciannove per cento (il
diciotto virgola sette, per l'esattezza) quelli a cui interessava essere visti dalla famiglia
Centelles-Anglesola i Erill, sia tutta insieme sia da uno dei suoi rami: politico (accesso privilegiato a
informazioni sulla situazione esatta nel Sahara), economico (l'ispezione di quello stronzo di ispettore
che non capiva come andavano le cose perché era troppo giovane e aveva troppi grilli per la testa.
Cazzo, mi sta mettendo tutto l'ufficio sottosopra), sentimentale (sì, amo Begoña Centelles-Anglesola
Auger, che è cugina di Mertxe sia dalla parte Centelles-Anglesola sia dalla parte Auger, visto che gli
Auger sono Erill degli Erill Casasses, ma infinitamente più bella e inaccessibile di Mertxe. No, vergine
no. A quanto ne so, no. Ma insomma, è lo stesso). Forse il gruppo più compatto di questo blocco erano
le amiche di Mertxe, tutte molto assolutamente, sì, che pensavano che coraggio, Mertxe; è così volgare
avere un figlio. Dell'ultimo trentaquattro virgola otto, la metà erano familiari diretti e obbligati e il resto
casi vari, tra cui uno speciale, Jacinto Mas, che, per motivi di lavoro, si trovava per forza ad assistere
alla cerimonia perché il giorno dopo doveva portare la signora dal medico e sicuramente anche a fare
una visita a sorpresa a qualche vescovo o canonico impreparato; da quando non scopa più con quel
bastardo di Quique Esteve mi sta diventando una santa. Ma Jacinto Mas era l'unico dei presenti, dato
che l'avvocato Gasull stava covando un'influenza a letto, lui, vale a dire io, vale a dire l'uno virgola due
per cento dei presenti al battesimo di Sergi Vilabrù (dei Vilabrù-Comelles e dei Cabestany-Roure e dei
Vilabrù di Torena e dei Ramis di Pilar Ramis di Tìrvia, metà troia metà meglio non parlarne per
rispetto del povero Anselm, presunto e teorico bisnonno del bambino) i Centelles-Anglesola (dei
Centelles-Anglesola imparentati con i Cardona-Anglesola dalla parte Anglesola, e degli Erill de
Sentmenat, perché la madre della madre è figlia di Eduardo Erill de Sentmenat, che tre settimane dopo
l'angina pectoris avrà un infarto che me lo ucciderà, poveraccio, in pieno scandalo della Banca de
Ponent), a sapere che il padre del bambino, Marcel, non era figlio della signora ma era stato preso in un
ospedale per tisici vicino a Feixes chissà per quale motivo. Jacinto Mas sapeva tutto della signora:
difetti e virtù, timori e gioie, momenti di debolezza e arrabbiature. Conosceva addirittura la grande
menzogna. E fino a poco fa lei era nobile, giusta ed elegante. E a lui non era mai pesato servirla:
servirla come uno schiavo perché lei è la dea. Ti amo, Elisenda. Ma adesso, già da un po' di tempo,
ogni motivo è buono per rimproverarmi. Non è più tutto bravo, Jacinto, benissimo, ma è piuttosto
perché ti fermi qui? attento, non frenare così, come mai non mi hai avvertito che mi stavo dimenticando
il cappotto, non so a che pensi, Jacinto, accidenti. E qualche sbadataggine mia senza importanza, sì. Ma
io ti amo lo stesso: diventi vecchia, Elisenda, e non ti accorgi che anch'io ho un cuore. Forse per te ho
la stessa importanza dell'automobile? Guarda, non so per quale motivo hai adottato quel bambino in un
momento di scompiglio, in pieno festival del maquis, e perché sei andata a prenderlo lì a Feixes. Se c'è
un motivo, io lo scoprirò. Non mi piace che abbia dei segreti con me dopo tutti questi anni in cui ho
raccolto i vomiti della famiglia. Soprattutto quelli della creatura. Così sia.
Finita la cerimonia, uscirono tutti al sole benefattore davanti alla chiesa, con il sorriso stampato
in faccia certamente perché erano contenti che Sergi Vilabrù (dei Vilabrù-Comelles e dei
Cabestany-Roure e dei Vilabrù de Torena e dei Ramis di Pilar Ramis di Tìrvia, metà troia metà meglio
non parlarne per rispetto del povero Anselm, presunto e teorico bisnonno del bambino) i
Centelles-Anglesola (dei Centelles-Anglesola imparentati con i Cardona-Anglesola dalla parte
Anglesola, e degli Erill de Sentmenat, perché la madre della madre è figlia di Eduardo Erill de
Sentmenat, del quale, già sepolto, fecero correre la voce che macché infarto, era stato un suicidio) fosse
entrato a far parte in modo così deciso, senza un pianto, della Chiesa militante.
42
Se non fosse per tanta, tanta guerra, ci sono cose che mi farebbero sorridere e piangere insieme.
Stasera ti racconto una storia, figlia mia. Tutto è iniziato mentre dormivo come un sasso (ultimamente,
che ho sempre tanto sonno, mi addormento ovunque, persino sulla moto). Sognavo che qualcuno stava
segando un tronco d'albero in mezzo al bosco e io gli chiedevo perché lo seghi, amico, e l'uomo
rispondeva perché non vi ci possiate nascondere quando vi inseguono. Io sapevo di stare sognando, per
cui non mi sono spaventato molto. E allora quell'uomo inizia a segare la porta di casa; beh, la porta
della scuola che adesso uso come casa. E io gli chiedevo perché seghi la porta di casa, amico? E lui mi
rispondeva perché così quelli che ti inseguono non faranno fatica. A quel punto mi sono svegliato. Ho
aperto gli occhi e sono rimasto fermo come se non mi fossi svegliato, come ho imparato a fare qui.
Qualcuno stava segando la porta della scuola. Mi sono spaventato perché io non sono per niente
coraggioso, figlia mia. Poi, dopo aver esitato a lungo, sono arrivato in punta di piedi davanti alla porta,
e mi sono accorto che non la stavano segando. Qualcuno la graffiava. Allora mi sono ricordato... Non ti
è mai successo, figlia mia, che improvvisamente, e con una precisione assoluta, ti vengano dei ricordi
lontani che avevi cancellato e ti sembra che non sia trascorso neanche un giorno? È quello che è
successo a me. Ho aperto subito la porta, silenziosamente, e sai chi ho trovato?
Tina osservò il disegno del cane, con il pelo lungo, la lingua penzoloni, lo sguardo attento, la
testa girata verso dove forse aveva sentito un rumore. Come disegnava bene Fontelles. Chi conosco che
ha uno scanner?
Erano passati sei mesi, figlia mia, sei mesi da quando Achille era stato dieci giorni qui nella
scuola, zitto, nascosto, a proteggere i suoi bambini... E ora tornava in silenzio, sporco, con il pelo
arruffato, i piedi feriti dal tanto camminare senza sosta e sottile come una foglia. Mi ha leccato le mani
ed è entrato come se fosse a casa sua, guardando in tutti gli angoli e piazzandosi a guaire davanti alla
porticina della soffitta.
«Li hai persi? Dove sono?»
Mi ha leccato, si è strusciato contro le mie gambe come fosse un gatto, allora ho capito che
doveva essere affamato e gli ho dato il pezzetto di pane e salame che avevo tenuto da parte per la mia
colazione. Non ho mai visto nessuno mangiare più in fretta. Mai, figlia mia. Poi la povera bestia si è
stesa in un angolo e si è addormentata. Probabilmente era la prima volta che dormiva in un luogo sicuro
dopo mesi e mesi di tanto vagare.
Più tardi il tenente Marcò, che mi piacerebbe che tu conoscessi quando potrà chiamarsi di
nuovo Joan Esplandiu di casa Ventura, mi ha raccontato che quella famiglia di Lione era arrivata in
vista del confine portoghese; all'Alameda de Gardón, a quattro passi dalla Beira Alta, l'auto su cui
viaggiavano la famiglia e un passatore del Partito era stata fermata perché qualcuno voleva fare del
male al passatore. Figlia mia, fai quello che puoi nella vita ma non essere mai una delatrice. Tua madre
ti spiegherà che cosa voglio dire con questo. Penso agli occhi spaventati di Yves e Fabrice, quando si
sono resi conto che alla fine l'orco cattivo della storia li aveva acchiappati e stava per mangiarseli. Mi
ha detto il tenente Marcò che la famiglia, di cui non ho mai saputo il nome, è stata mandata nella
Francia del Reich e da lì ha fatto parte del carico di alcuni treni che stanno mandando pieni di ebrei in
una zona interna della Germania, in alcuni campi di lavoro di Dachau da cui dicono, ma io non ci credo
fino in fondo, che nessuno esca vivo. Poveri bambini: sul punto di arrivare in porto, l'artiglio dell'orco
li ha acciuffati. Poveri bambini miei. Questo vuol dire che Achille è tornato da più in là di Salamanca
fino a un angolo dei Pirenei, nel luogo in cui, durante l'odissea della lunga andata, avevano assaporato
forse gli unici giorni di riposo.
«Da dove è sbucato questo cane?»
«Abbandonato. L'ho adottato.»
«È bello.»
«Sì.»
«Di razza.»
«Dici?»
«Dico. È uno Spaniel. Chissà che ci stava a fare da queste parti?»
«Perso.»
«Da queste parti? Perso da queste parti?» Diffidente, Valentí Targa. «In mezzo a questa merda
di montagne? Camminando per la boscaglia come un cinghiale?» Con le mani in tasca, appoggiato alla
sua sedia, aspettava pazientemente che Oriol finisse di guardare quei documenti. Balansó, quello con i
baffi sottili, entrò, ma un gesto energico di Targa con la testa gli fece fare dietro front e chiudere la
porta.
«Io non sono avvocato» disse Oriol, alzando la testa, inorridito.
«Te li faccio vedere perché tu possa prendere nota. Se vuoi, puoi fare lo stesso.»
Era l'atto di denuncia del signor Valentí Targa, sindaco e capo locale del Movimento, contro
Manel Carmaniu, residente a Torena, oppositore del regime, cugino della Ventura, cugino del tenente
Marcò, in virtù del quale si trasformava da proprietario a ex proprietario di tre ettari di terreno che sono
passati a far parte del patrimonio della signora Elisenda Vilabrù Ramis di casa Gravat, proprietaria
anche delle terre adiacenti. E nel secondo documento si stabilisce una permuta di questi tre ettari di
pascolo più un paio di quelli adiacenti, anch'essi di pascolo, per un Vasto terreno della montagna della
Tuca detta Tuca Negra, di scarso valore agropastorale, proprietà di Jacint Gavarró di casa Batalla, che
deve inoltre compensare in contanti la parte permutante per l'evidente differenza di valori portati alla
permuta.
«Va bene. Però non capisco perché lo fai. E non capisco come la signora...»
«Non te lo faccio vedere perché tu mi faccia queste domande. Se vuoi... Insomma...» Valentí si
alzò e andò a chiudere la porta dell'ufficio. Si sedette di nuovo. A voce più bassa: «Se vuoi approfittare
della situazione, posso farti diventare ricco.»
«Come?»
«Se vuoi un terreno, denunci il proprietario. Del resto mi occupo io. Con una commissione
equa.»
Oriol aveva aperto la bocca. Fece un sorriso per nascondere il suo sconcerto:
«Non voglio delle terre.»
«Non vuoi delle terre, non vuoi commissioni, non vuoi regali...»
Guardò di nuovo istintivamente verso la porta, come per assicurarsi che fosse ancora chiusa:
«Mi costringi a diffidare di te.» Gli lasciò il foglio davanti, sulla scrivania: «Non costa niente.»
«Perché ti preoccupa che io non abbia appetiti economici?»
«Non mi preoccupa: mi fa incazzare. E mi fa sospettare di te.»
«Perché?»
«Perché i puri sono sempre pericolosi.»
«Io non sono puro.»
«Allora fai come tutti, cazzo!» Si batté arrabbiato la fronte con il pugno, urlando: «Chiunque
abbia un briciolo di cervello allunga la mano. Per i sacrifici sopportati.»
«Non è obbligatorio.»
«Sì che lo è. Perché rinunci a un legittimo beneficio? È bottino di guerra.»
«Io...»
«Chissà che cosa combini di nascosto da me.» Minaccioso: «Chissà...»
«Scusa, ma io...»
«Se lo scopro e non mi piace... posso fartene passare delle belle.»
Quindi non sa niente. Di sicuro. Non sa che un giorno gli ho puntato una pistola rugginosa alla
nuca e non sa che me la intendo con la donna che lui non vuole che nessuno tocchi. O forse è lei che se
la intende con me. Non sa del traffico notturno a scuola. Non sa niente.
Aspettò che l'altro arrotolasse un'altra sigaretta. Dopo aver dato la prima boccata, Targa si
appoggiò alla sedia e lo guardò togliendosi una briciola di tabacco dalla punta della lingua. Con una
voce che proveniva dal profondo, Valentí Targa, come se lo volesse contraddire, sputò:
«Eliot.»
Silenzio. Basta. È finita. Era bello avere una speranza; ma adesso basta: tortura, delazione e
morte. Non sono un eroe. E poi la vergogna di non avere la tempra da martire e di cantare tutti i nomi,
come ha fatto il povero contadino di Montardit. Comunque, assunse un'espressione di disinteresse e
disse che è successo con Eliot.
Per aumentare il disagio, Valentí rimase in silenzio e si mise a pensare. A cosa pensa. Mi sta
prendendo in giro. Sa tutto di me.
«Che è successo con Eliot?» insistette.
«Non sappiamo ancora chi è. Quelli dei servizi segreti militari non sanno chi è. Dicono che sia
qualcuno che fa una vita normale.»
«Come me e te?»
«Come me e te. Sì. A proposito, ci sono due colonnelli interessati a un ritratto.» Alzando il dito:
«Io decido il prezzo. Dovrai andare a dipingerli alla Pobla.»
«Poi ne parliamo, no?»
Oriol si diresse verso la porta. Da là si girò, serio:
«È molto importante sapere chi è?»
«Chi è chi?»
«Eliot.»
«Se non sappiamo chi è, non lo possiamo fucilare.»
Oriol sorrise, come se tutti e due fossero degli esseri intelligenti.
«Adesso sul serio» disse alla fine, con la mano sulla maniglia. «È molto importante, questo
famoso Eliot?»
«Tu calcola» fece Targa in tono professorale: «Catturiamo Eliot e si sbriciola tutta la montatura
maquis di tutti i Pirenei.»
«Sopravvaluti Eliot. Non credo che dipenda tutto da una persona. Tra l'altro, forse è un
fantasma.»
«Che?»
«Forse Eliot è una specie di Ossian.»
«Una specie di che?»
Ma Oriol era già uscito dall'ufficio, euforico perché il pericolo era passato, ma arrabbiato con se
stesso perché gli sembrava di aver parlato troppo.
43
Nn so dv vuole andare a parare.
La ragazza masticava la gomma con parsimonia, come una mucca che rumina, e guardava fisso
Tina, come se davanti a sé avesse un'extraterrestre invece di una donna che voleva recuperare qualche
ritaglio sconosciuto della vita di suo figlio.
«Neanche io. Ha vissuto qui Arnau?»
«Perké nn lo kiede a lui, signora?»
Una delle cose che più sconcertavano Tina è che una ragazza come quella la chiamasse signora.
La faceva sentire vecchissima. Per l'amor di Dio, aveva solo quarantasette anni, sei chili di troppo e un
marito che le metteva le corna. Ma quarantasette anni non sono sessanta né settanta. E poi, come poteva
essersi innamorato Arnau di una ragazza che aveva una pallottola incastonata nel mento? Beh, una
pallottola, un pallino d'argento. Aveva i capelli rossicci, corti e stirati. E anche l'ombelico metallizzato.
Se Jordi la vedesse la chiamerebbe tossicomane senza bisogno di odorare quello strano aroma che
regnava nella stanza. Dai, su, siamo aperti.
«Forse perché sono timida.»
«Kome mi ha trovato?»
«Dall'agenda di Arnau. Mireia. Lleida. Prima di entrare in monastero è stato con te.»
La ragazza smise di masticare e Tina ebbe la sensazione che guardasse molto indietro, secoli
addietro, addirittura indietro di un mese, quando forse si era vista per l'ultima volta con Arnau. Sorrise
e Tina si sentì ferita perché era esclusa da quel pensiero. Due ragazzi attraversarono la stanza portando
ognuno un sacco di cemento. Uno aveva dei blue jeans così attillati che erano come una pelle blu e
l'altro dei pantaloni corti e larghi; entrambi sbuffavano per il carico che trasportavano. Fecero un
grugnito di saluto e Tina rispose con un movimento cortese del capo. Mireia versò il contenuto della
teiera nei due bicchieri sporchi e Tina si ripromise di non fare smorfie di ribrezzo. Ma posando le
labbra sul bicchiere la fece.
«Nn abbiamo lo zukkero» avvisò premurosa Mireia.
Com'era possibile che un ragazzo come Arnau si fosse interessato a quella ragazza?
«Non importa. È molto buono» mentì.
«Lo koltiviamo noi in giardino.»
«Complimenti.»
Com'era possibile che una ragazza come quella si fosse interessata ad Arnau?
Un altro momento di silenzio. Mireia si tolse la gomma dalla bocca e assaggiò il tè. Dal gesto
delle labbra, lo doveva considerare perfetto. Tina sospirò:
«D'accordo. Voglio solo sapere se Arnau è felice.»
Lei si tolse un foglio dalla tasca dei pantaloni e lo diede a Tina. Dei numeri. Tina la guardò
smarrita.
«Il telefono dei monaci» rispose. «Novantatré e tik-tik-tik. Ave Maria Purissima, pronto. Arni,
sei felice?»
Tina lasciò il bicchiere di tè sul tavolo dipinto di arancione e si alzò.
«Grazie. Pensavo che...»
«Arni è kapitato kui perké era amiko di Pako Burés. Uno del paese, kredo.»
«Sono stati compagni di scuola a Sort.» Tina guardò la ragazza e si sforzò di essere dialogante:
«E dv posso trovare Pako Burés?»
«Missing. A kasa sua sono pieni di soldi e lui s'è stufato di fare il muratore kui.»
Paco Burés di casa Savina. Secondo la vecchia Ventura, i Burés erano tra quelli che avevano
riso più forte quando ammazzarono il Ventureta.
«Ma vive qui, a Lleida?»
«E io ke ne so!»
Tina si sedette di nuovo, mandò giù il tè d'un sorso e si sentì immensamente ridicola quando
disse ma tu e Arni siete stati mlt amici?
«Sì. Arni è una bellissima persona. Ma se lui non canta, io sarò una tomba.»
«Certo.»
«È più facile parlare kon gli altri ke kon il proprio figlio. Vero?»
«Sì.»
Dopo aver riconosciuto questo, si sentì un po' più sicura. Tanto ke passò al kontrattakko:
«Tu ci parli con i tuoi genitori?»
«Ding-dong. Kuesto argomento nn entra nell'esame.»
Aveva lasciato la Duecavalli nell'Avinguda Blondel, vicino al fiume. Accese il motore, aveva
ancora l'odore di erba sulla pelle. Arni, pensò mentre metteva la freccia. E io che mi preoccupavo che i
monaci gli cambiassero il nome.
44
Sulla sua scrivania, in disparte, i documenti che l'avvocato Gasull le aveva portato
personalmente per la firma: l'approvazione per far arrivare in via diretta e personale a monsignor
Escrivà l'assegno di una manciata di milioni per sostenere la costruzione del santuario di Torreciudad e
la lettera con la quale, senza tanti giri di parole, si scusava perché non avrebbe assistito al ricevimento
offerto dal presidente Arias Navarro. A sinistra, la luce sfumata del Carrer falangista Fontelles che
arrivava ad attraversare la tenda trasparente. E davanti a lei Jacinto, con un foglio in mano e un tremito
al mento. Non gli prese il foglio. Faceva ogni giorno più fatica a fissare gli oggetti, vedeva tutto velato,
come se il mondo si ostinasse a coprirsi tutte le vergogne davanti al suo sguardo.
«Dimmi» disse invece senza neanche guardarlo, perché sapeva già di cosa si trattava.
Per tutta risposta, Jacinto Mas mise il foglio sulla scrivania. Era una lettera, una comunicazione
in cui si diceva gentile signor Jacinto Mas, mi vedo tristemente costretta a fare a meno dei suoi servizi
in qualità di autista della famiglia Vilabrù e, data la sua età, di proporle un pensionamento anticipato,
per altro assolutamente meritato. Le invio la presente notifica con sufficiente anticipo affinché possa
cercarsi un nuovo domicilio in un ragionevole arco di tempo. In attesa di sue notizie, distinti saluti,
firmato, Erre Gasull, in Torena, li ventitré marzo millenovecentosettantaquattro.
Elisenda prese il foglio e guardò il suo autista come se lo vedesse per la prima volta in
trentasette anni, nove mesi e sedici giorni. Gli fece cenno di sedersi sulla sedia davanti a lei. Jacinto
non riusciva a capire e lei dovette ripetere il gesto accompagnato da parole.
«Siediti, dai.»
Jacinto si sedette e cercò gli occhi della signora.
«Perché mi manda via?»
«Tre incidenti in cinque mesi. Una macchina distrutta, due processi, tredici multe e mi chiedi
perché ti mando via.»
«Sono stato trentasette anni al suo servizio e mai una lamentela.»
«Mi sono appena lamentata.»
«Sì, ma adesso.»
«Le cose stanno così. E non è poi da così tanto che stai al mio servizio.»
«Da San Sebastiàn. Trentasette anni, nove mesi e sedici giorni.»
«Ma, vediamo un po': qual è il dramma? Arriva per tutti l'età di...»
«Non mi mandi in pensione, signora. Posso fare... posso fare... qualsiasi cosa. Il giardiniere.»
«Ne ho già uno e mi basta.»
«Posso fare il vigilante di casa Gravat. Posso...»
«No, tu vai in pensione che è arrivato il momento. Non capisco davvero perché fai così...»
«Sono giovane: ho cinquantacinque anni.»
«Io ti ho visto tutta la vita.»
«Beh, per tutta questa vita ho fatto quello che lei mi ha detto, senza discutere.»
«E hai ricevuto un buono stipendio per farlo. Adesso vai in pensione. È la vita.»
«Non può essere così dura.» Jacinto Mas aveva un'espressione stupita. «Non vede che...»
«Io non la vedo così terribile. Devi accettare la realtà. Hai una buona età per andare in pensione
e per poterti godere in buona salute il meritato riposo.»
«Mi caccia come Carmina.»
«No. Vai in pensione e basta. Come fanno tutti.»
Jacinto indicò la lettera ancora sulla scrivania. Senza leggerla, ripetè a memoria:
«Le invio la presente notifica con sufficiente anticipo affinché possa cercarsi un nuovo
domicilio in un ragionevole arco di tempo.»
«È normale, se non lavori più qui...»
«Non ho dove andare.»
«Non hai una sorella? Sei una persona adulta... E se hai qualche problema, parla con
l'amministratore, non con me.»
«Il signor Gasull muove i fili e le fa fare...»
«Basta, Jacinto» lo interruppe a voce molto bassa. Ma Jacinto non la volle ascoltare, perché se
la ascoltava, tutto quello che avrebbe detto si sarebbe tramutato in ordine che gli sarebbe penetrato così
a fondo da trasformarlo in piena sottomissione alla voce emessa. E adesso aveva avuto fortuna che lei
avesse parlato a bassa voce pensando di intimorirlo. Elisenda Vilabrù vide che la indicava con un gesto
così diretto e irrispettoso che non gli aveva mai visto fare nei trentasette anni nove mesi e sedici giorni
che diceva di essere stato al suo servizio.
«...Le fa fare quello che vuole. Perché muove i fili e anche qualcos'altro.»
«Che dici?»
«Che se la scopa.»
La signora Elisenda Vilabrù si alzò adirata, indignata, sorpresa e ferita. Jacinto non si scompose
e continuò:
«Dopo averlo desiderato e perseguito per tanti anni, finalmente se la scopa.»
«Esci di qui.» Stava per soffocare dall'indignazione: «Giuro che troverò il modo di farti del
male.»
Jacinto Mas non si alzò, e a Elisenda passò davanti, per un momento, l'odore del panico.
Come se lo avesse avvertito, lui parlò con una voce roca, pallida, carica di trentasette anni, nove
mesi e sedici giorni di desiderio proibito. Per la prima volta, in questi lunghissimi anni, le diede del tu:
«Ti sono stato fedele tutta la vita. Ti ho obbedito, non ti ho mai contestato niente, ho sopportato
molte tue impertinenze, ho pulito molta merda tua e di tuo figlio e mi hai avuto sempre, sempre vicino
quando ne hai avuto bisogno.»
Elisenda non protestò per il tu. Rigida, in piedi davanti all'autista, rimase imperterrita:
«Per tutto questo, hai ricevuto lo stipendio ogni mese. Ti è forse mancato qualche volta?»
«Mi è mancata la mia vita. Ho dovuto sopportare e nascondere molte schifezze. Ogni giorno
della mia vita ho visto e saputo qualcosa, e ho taciuto. Ogni giorno. Ho visto come te la facevi con
svariati uomini. Tacevo e mi tiravo una sega in macchina immaginando di essere io il fortunato. Questa
è stata la mia vita del cazzo.»
Elisenda deglutì e guardò verso la confusa parete del fondo. Con energia:
«Facevi il tuo lavoro.»
«No, ti amavo.»
Le si bloccò il respiro, perché adesso Jacinto si era alzato e cominciava a girare intorno alla
scrivania mentre recitava mi è mancata la vita, perché è consistita tutta nel servizio che ti prestavo; non
mi sono sposato, non ho messo su famiglia, non vedo mia sorella da anni, ho conosciuto i tuoi segreti e
i tuoi capricci e li ho dovuti mandar giù perché quando mi sono messo al tuo servizio mi hai fatto
giurare su quanto ci fosse di più sacro che ti sarei stato fedele fino alla morte. Ti sono stato sempre
fedele. Ho pulito molta sporcizia per te, Elisenda. E adesso tu non mi vuoi più tenere perché perdo la
vista e i riflessi. E mi cacci di casa. E, come se fosse un'accusa, disse con voce molto bassa anche tu
stai perdendo la vista, non te ne scordare.
«Non ti avvicinare. Mi raccomanderò con il signor Gasull di ricompensarti.»
«Non esiste nessuna merda di ricompensa: io voglio morire in questa casa che ormai è casa
mia.»
Elisenda recuperò il suo tono:
«Se vuoi morire, fai pure» sputò.
«Che Dio ti maledica, signora Elisenda.»
«Dio neanche per scherzo.» Furiosa: «Attento a quel che dici.»
«Io sono della famiglia. Non posso andare in pensione dalla famiglia.»
«Adesso vedo proprio che non hai mai capito niente.»
D'improvviso, senza pensarci su, Jacinto Mas fece quello che aveva immaginato di fare per
trentasette anni, nove mesi e sedici giorni. Afferrarla, toccarla, tenerla vicino, essere uno di quei pochi
fortunati che l'avevano posseduta, come il maestrino, come quel figlio di puttana di Quique Esteve,
come il governatore civile don Nazario Prats, per ottenere un permesso; come Rafel Agullana di Lleida,
che poi l'aveva perseguita legalmente perché voleva sciogliere il patto e lei lo aveva fulminato con una
minaccia di denuncia per stupro, come Gasull e anche come il signor Santiago, l'unico che all'inizio era
stato suo marito. Anche se con questo poca cosa dovevano fare, perché si odiavano. Come tanti e tanti
ministri di Madrid, come se ce l'avesse davanti agli occhi. Le mani ai polsi della signora. Lei impallidì
perché mai in vita sua un servitore l'aveva afferrata in quel modo. Non l'avevano neanche mai toccata.
Voleva gridare ma l'incredulità glielo impedì. Non poteva impallidire di più, ma l'avrebbe dovuto fare
perché non solo la prese per i polsi, ma l'abbracciò, premendole con forza il petto contro il petto, e poi
cercò le sue labbra con le labbra, e lei stava per avere un collasso, mentre respingeva quell'intollerabile
attacco di un servitore, e lui riuscì ad alzarle la gonna e a toccarle la coscia e tra sé e sé pensava
finalmente, finalmente.
«Scopa con me.»
«Ma tu sei diventato...»
«No: non sono diventato» la interruppe deciso. «Mi devi una trombata.»
Elisenda non poteva gridare o urlare e Jacinto Mas lo sapeva. Era capace di lasciarsi morire di
fame piuttosto di dare spettacolo agli abitanti di Torena. Quindi riuscì ad alzarle del tutto la gonna, lei
disse ma che vuoi e lui la prese in braccio e la portò sul divano dove ventisei anni dopo si sarebbe
seduta Tina per chiederle lei sa dove posso trovare sua figlia?
Adesso fu Elisenda a celare un certo stupore; un istante dopo:
«Quale figlia?»
«Sua figlia. Il maestro ha avuto una figlia, no?»
«Come lo sa?»
Un altro momento in cui le redini del mondo le sarebbero scivolate di mano e si sarebbe trovata
completamente indifesa. Come lo sa, che c'è. Che vuole questa maestra impicciona?
«Una scopata» insistette Jacinto. «Me ne devi una.» Voce secca, come se parlasse a una biella:
«Spogliati, amore mio.»
Le liberò i polsi. Si tolse la camicia, i pantaloni e la sua vecchia biancheria intima. Elisenda, in
piedi, stordita, non reagì. Il suo autista, l'uomo fedele, muto, il muro che la difendeva e la copriva con
la sua stessa vita, le mostrava adesso le proprie vergogne ravvivate. Si sedette, quasi svenuta, sul
divano. Le fece paura il nuovo registro nello sguardo di Jacinto. Quasi tanta paura quanto quella che
avrebbe provato pochi mesi dopo leggendo, seduta sullo stesso divano, quegli anonimi così feroci.
Guardò l'autista nudo e fece leggermente di no con la testa, lontana, indifferente.
Un servitore scelto meticolosamente in tempi di grande tumulto alla morte del padre e del
fratello. Un servitore che rispondeva con la sua vita della sicurezza della giovane Vilabrù, un uomo che
era a sua disposizione ventiquattro ore su ventiquattro, tutti i giorni della sua vita, adesso, tutto nudo, le
supplicava amore, le chiedeva un'intimità impossibile, ridicola. Allora scelse la lotta:
«Scopati un pesce. Ti piace di più così?»
«Togliti i vestiti.»
«Mi potrai violentare solo se mi ammazzi.»
Si alzò e si avvicinò a Jacinto, vincendo la ripugnanza ma recuperando la sua posizione, e disse
fai tu, o mi ammazzi o ti vesti. Copriti questa ridicola pancia e sparisci da questa casa se non vuoi finire
in prigione. Per quanto mi riguarda, non riceverai neanche la pensione.
Il membro di Jacinto si era rattrappito constatando, senza consultarsi con il suo padrone, che le
cose non erano cambiate tra lui e la signora.
45
La vecchia Ventura poggiò la punta delle dita sui baffi e poi la passò sugli occhi severi di quel
volto ingiallito dal tempo.
«Il mio Joan. Non avevo mai visto questa fotografia.» Guardò sua figlia: «Tu sì?»
«No.»
«Che c'è scritto?» la vecchia passò il ritaglio di giornale a Tina e, mentre aspettava che l'altra si
spiegasse, prese la tazza di caffè di sua figlia e la odorò a occhi chiusi: «Che c'è scritto?» insistette.
«Che, a quanto pare, il bandito Joan Esplandiu di casa Ventura di Torena, alias tenente Marcò, è
stato visto nei pressi della città di Lleida.»
«Di che anno parla?»
«Maggio millenovecentocinquantatré.»
La vecchia Ventura lanciò un'occhiata furtiva a sua figlia. Questa le ricambiò lo sguardo con la
stessa celerità. Tina si trovò fuori dalla conversazione. Ci volle entrare.
«Perché, che c'è?»
«Mio padre veniva... Beh...» Con un tono secco: «Meglio che non ne parliamo, mamma.»
«Sono passati cinquant'anni, figlia. Penso che si possa sapere.»
«Veniva a trovarle di nascosto, vero?»
«È venuto due volte.»
«Tre» disse la vecchia dalla memoria.
«Sì, tre, certo» ammise Célia. «Una, quando ammazzarono mio fratello, poco prima
dell'invasione della Valò d'Aran, e l'altra...»
Célia Esplandiu prese un sorso di caffè. Stava pensando se parlare o no. Indicò la foto:
«Mio padre era uno degli uomini più coinvolti nell'organizzazione dell'invasione dell'esercito
repubblicano. Ma, per questioni di partito lo avevano relegato a svolgere azioni di logoramento e
diversione.» Un altro sorso di caffè: «Era molto amareggiato.»
«L'invasione fallì subito.»
«Durò dieci giorni» interruppe brusca la vecchia Ventura, come se la delusione le durasse
ancora: «Ma Joan era di quelli che dicevano che bisognava portare avanti una guerra di guerriglia e non
cercare lo scontro frontale con l'esercito. Non gli diedero retta e, come vede...»
«Era più a favore delle tesi degli anarchici. È così?»
«Credo di sì» intervenne la figlia: «Non ci capisco molto, ma credo di sì.»
«E le altre volte che è venuto?»
Madre e figlia si guardarono di nuovo. La madre fece un segno brusco a Célia perché stesse
ferma: sarebbe andata lei a vedere. Andò verso la finestra e aprì di mezzo palmo il battente. Vi si infilò
una mano. Allora la Ventura aprì del tutto. Joan Ventura saltò in mezzo alla stanza da pranzo senza fare
rumore, come un gatto selvatico. La Ventura e le due ragazze, Célia e Rosa, rimasero a guardarlo in
silenzio, speranzose e un po' impaurite, soprattutto Rosa.
«È tuo padre, Rosa.»
«Tutto sotto controllo» disse lui a bassa voce. Abbracciò la moglie. Un abbraccio veloce, troppo
breve, poi prese Rosa, che sgusciò via verso la madre, e abbracciò Célia, tenendola premuta qualche
istante contro il petto, un gesto che alla Ventura fece venire un groppo di strana gelosia. Per non
vedere, si girò verso i fornelli e riempì fino all'orlo un piatto di minestra ben calda. Ventura si mise a
mangiare come se fosse la cosa più normale del mondo andarsene con l'esercito perdente, assicurare
alla famiglia che si sarebbe trattato di qualche settimana, arruolarsi nel maquis ed essere subito ben
considerato per la sua perfetta conoscenza della zona che attraversava da anni come contrabbandiere,
collaborare con la resistenza francese, diventare il temuto tenente Marcò che operava nella zona in cui
era nato, tornare troppo tardi quando gli avevano ammazzato il figlio, per piangere accanto ai suoi,
stare altri nove anni senza dire niente e un bel giorno entrare dalla finestra senza chiedere permesso alla
mia vita e io con la minestra pronta e un buon piatto di carne conservata da offrirgli.
«Pensavo che fossi morto» disse, asciugandosi le mani sul grembiale.
«Anch'io.» Fece una carezza a Célia: «Come siete cresciute, bambine.» Si mise la mano in tasca
e tirò fuori una caramella stropicciata; la diede a Rosa, che non osò prenderla.
«Torni per restare?»
«No.» Guardò le figlie: «Siete già delle piccole donne. Quanti anni hai?» a Rosa.
«Quattordici.»
«Accipicchia. Quattordici.» Meravigliato: «Quattordici?»
«Perché sei venuto?»
«Di' a tuo cugino che quando sarà tutto finito saprò ricompensarlo.»
«Manel non si aspetta nessuna ricompensa. Perché sei venuto?»
«Per ammazzare Targa. So come fare.»
Dio del cielo, pensò la Ventura, finalmente il giorno è arrivato, che devo fare, Dio d'amore, per
aiutare mio marito ad ammazzare Valentí Targa, per poter provare a dormire di nuovo senza
l'immagine del mio Joanet con l'occhio perforato da una pallottola e nell'altro occhio la paura, perché io
non ero accanto a lui, Dio mio di grande carità...
«Io ti do una mano.» Autoritaria: «Ragazze, andate a dormire.»
Le ragazze erano troppo spaventate e speranzose per avere la forza di disobbedire. Célia andò
dal padre e lo abbracciò. E, avendo imparato dall'esperienza:
«Ci sarai, domani?»
«No. Ma tornerò presto. Questa volta non passerà tanto tempo.»
«E lei andò a dormire?» Solo adesso Tina assaggiò il caffè. Buonissimo, come l'altra volta.
«No. E neanche Rosa. Ci sedemmo sulle scale e ascoltammo tutto quello che dicevano.»
Tina guardò fuori della finestra di quella stanza da pranzo. Con la coda dell'occhio, vide che il
televisore dietro a lei era acceso, senza volume. Adesso erano le cinquecento miglia di Indianapolis.
Dalla finestra si vedeva il cortile, un giardino lastricato, con molti fiori che annunciavano l'inizio della
primavera malgrado le tristi storie delle signore di casa. In fondo, accanto a una tettoia che doveva
essere il lavatoio, attaccata al muro, una specie di croce fatta di palma, sfilacciata e annerita e, in una
sorta di fessura della parete, uno strano fiore, probabilmente artificiale, di colore blu e giallo, come i
pesci esotici. Célia si alzò e spense il televisore. Tornando al suo posto, guardò pensierosa il cortile
dalla finestra e ripetè tra sé e sé, come se stesse vivendo quel momento, che aveva sentito tutto quello
che dicevano perché si era seduta sulle scale con Rosa invece di andare a dormire. Tutto quello che si
dicevano marito e moglie, che avevano la fibra così inaridita da tanti anni di dolore che non
immaginavano neanche che avrebbero potuto provare a essere teneri e parlavano con urgenza, perché
era più importante togliere il proiettile dall'occhio del figlio che non riposare l'uno nell'altra.
«In paese va ancora con la scorta.»
«Sì, lo sappiamo. Mi hanno aiutato a seguirlo e conosciamo le sue abitudini.» La guardò negli
occhi: «C'è un momento in cui va senza scorta.»
«Quando?»
«Quando va a puttane o quando deve trattare affari sporchi. Mi hanno aiutato fin qui. Adesso,
però, devo agire da solo.»
«Adesso è quando avresti più bisogno di aiuto, Joan.»
«Il maquis... è cambiato molto. Ognuno va per la sua strada. Mi ha aiutato la gente di
Facciabruciata.»
«Perché ti lasciano solo?»
«Perché è una storia personale. Non possono mettere in pericolo altre vite.» Dopo un silenzio, a
voce più bassa, disse la verità: «In realtà lo voglio ammazzare con le mie mani. Non voglio che lo
faccia nessun altro per me.»
«Allora ti aiuto io» la Ventura non ebbe esitazioni: «Anche se mi dici di no. Perché voglio poter
guardare con la testa ben alta i Burés, Cecilia Bàscones e tutti i Majals che si stanno ancora riempiendo
la bocca con Franco, la Spagna e la maledetta falange del loro dio bastardo.»
«Così furiosa non mi puoi aiutare.» Si batté la fronte e continuò a voce bassa, perché erano anni
che poteva parlare solo a voce bassa: «Devi essere fredda.»
«D'accordo. Non sarò furiosa. Per niente. Ma non voglio che questa gente sia felice, non voglio
che ridano né che continuino a pensare di aver vinto, e non voglio che possano continuare a rifugiarsi
in Valentí Targa né che mi guardino dall'alto in basso perché sono la moglie di uno che loro chiamano
facinoroso. Voglio che vedano che Targa non è intoccabile.»
Glòria Carmaniu era cambiata molto. Quando il suo Joan, nel trentasei, se n'era andato al fronte
a difendere la Repubblica, senza quasi dire arrivederci, la Ventura si era limitata a sedersi in cucina
accanto al fuoco, con lo sguardo perso, ad aspettare che finisse la guerra. Fu la fame dei tre figli a
scuoterla e a farla uscire per strada ad accorgersi delle facce vedove delle altre donne e a chiedersi
perché, in nome di sant'Ambrogio, perché, se Dio esiste, Torena è rimasta senza uomini. E adesso,
dopo tante morti, diceva non voglio che mi guardino dall'alto in basso perché sono la moglie di uno che
loro chiamano facinoroso.
«Tu lascia stare questi figli di puttana. Non li guardare e pensa a te.»
«No, viviamo nello stesso paese. È impossibile lasciarli stare. Ti aiuterò in tutto ciò di cui avrai
bisogno. Non ci pensare neanche a dirmi di no.»
Il tenente Marcò guardò verso la finestra chiusa con le imposte. Pensò per qualche secondo, a
tutta velocità, come se si trovasse in mezzo a un'operazione militare da realizzare al volo.
«Benissimo, d'accordo» disse alla fine. «Domani alle nove vai a casa Marés e fai una telefonata
a Valentí. Gli dici che sei la segretaria del signor Dauder.»
«E basta?»
«No: gli dici questo.»
Si tolse un foglio di tasca e glielo porse.
«E tu?»
«Lo aspetterò. Se fai quello che ti dico, uscirà di casa solo.»
Valentí Targa guardava l'obiettivo della macchina fotografica. Una foto. Si sistemò il nodo della
cravatta. Un'altra foto, guardando verso destra, verso i morti. A questo punto suonò il telefono, Cinteta,
la telefonista, gli passò la chiamata, ascoltò in silenzio, disse ma cosa credete di, e riattaccò con
un'espressione preoccupata. Una nuova fotografia mentre guardava a destra.
«Torni domani, adesso ho molto lavoro» disse al fotografo.
Due minuti dopo, quando il campanile di Sant Pere suonava le nove, la signora Elisenda era già
davanti a lui.
«Qualcuno che non conosco mi vuole parlare della Tuca.»
«A te?» stupita, la signora Elisenda. «Chi?»
«Un certo Dauder.»
La signora Elisenda aspettò che il fotografo chiudesse bene la porta dell'ufficio. Allora,
infuriata, guardò il sindaco chiedendogli quasi con disprezzo che ti hanno detto, esattamente. Intanto,
Glòria Carmaniu di casa Ventura beveva un bicchier d'acqua che gli aveva servito lo stesso Marés. Le
si era seccata la gola dopo aver detto all'uomo con cui sperava di non dover parlare mai più che era la
segretaria del signor Dauder di Lleida, che lo invitava a presentarsi entro un'ora a Sort per parlare della
proprietà legale della Tuca e che se non lo faceva sarebbe scoppiato lo scandalo, poi aveva riattaccato,
spaventata, prima che Valentí rispondesse ma cosa credete di e riattaccasse il telefono con espressione
preoccupata e poi guardasse a destra, verso i morti.
Fatti i primi due tornanti gemelli, viene il rettilineo di Sant Antoni. Alla fine del rettilineo,
prima del tornante del Pendis, un uomo molto ben vestito, con una cartella da impiegato in mano,
stranamente solo in mezzo alla strada gelata, fece un gesto energico e al tempo stesso gentile affinché
Valentí fermasse la sua Stromberg. Gli si avvicinò dal finestrino.
«Signor Targa?»
«Sì.»
«Sono Joaquim Dauder.»
«Non ci dovevamo vedere a...»
«Se permette... Fa freddo, eh?»
Il signor Dauder si era già infilato in macchina, accanto al conducente.
«Questo è il luogo migliore per parlare della Tuca. Senza testimoni.»
«Senta, io...»
Valentí non seppe mai come successe: in un attimo si trovò ammanettato al volante e con la
bocca nera di una Luger del millenovecentotrentacinque nel buco del naso, che tirava in su, e una voce
piena di calma e di autorità che diceva ho dovuto aspettare dieci anni ma ho avuto la pazienza
necessaria. Siccome non voglio che perseguitino i miei, sarai morto per un incidente: voglio però che tu
sappia che muori perché un giorno hai ammazzato mio figlio, Joan Esplandiu, Joan Ventureta, e l'hai
fatto nel modo più vile del mondo.
«Io non ho... io non...»
«Anche se adesso ho la barba, sono Joan di casa Ventura.»
«Ma io... davvero, io...»
«Arrivai tardi perché mi desti solo ventiquattro ore.» Premette la canna su per il naso. «E io
avevo intenzione di consegnarmi per salvare il mio Joanet.»
Valentí, tirato in su, non osava muoversi per paura di uno sparo accidentale. Guardava Ventura
con la coda dell'occhio e ogni tanto dava uno strattone alle manette.
«Ventiquattro ore! Direi che avevi molta voglia di ammazzare un ragazzino» continuò Ventura.
«Volevi passare alla storia.» Dopo un pensiero lento e silenzioso: «Adesso il mio Joan avrebbe
venticinque anni.» Lo disse con una lacrima nella voce. «E morirai anche per tutti gli altri compaesani
che hai fatto accoppare.»
«Io... erano tempi...»
«E per la morte di Fontelles. Non appena mi sarà possibile, strapperò via le frecce dalla sua
tomba, povero maestro.»
Targa gemette dal dolore. L'altro ridusse la pressione della canna sul naso.
«Tu sai che io non ho avuto niente a che vedere con la morte dei Vilabrù.»
Valentí Targa non rispose. Il tenente Marcò spinse in su la pistola.
«Io ero in Francia a passare pacchi attraverso il passo di Salau e tu lo sapevi.»
Una sorta di rantolo spaventato quale risposta di Valentí. Joan Ventura continuò il suo
monologo:
«Mi hai voluto fare del male per quello che mi hai fatto a Malavella.»
«Sei stato tu a farmi del male, ricordati.»
Quando quelli della squadra di Caregue si trovarono completamente disorientati per l'irruzione
dei volticoperti che li cacciavano dalle loro vie e gli rubavano i fornitori, come se nel mondo del
contrabbando non ci fossero regole, a pagare fu uno dei giovani luogotenenti di Caregue, Valentí Targa
di casa Roia di Altron che, contro gli espliciti ordini del suo capo, aveva fatto scendere dodici uomini
con un carico di gran valore per la gola del Port Negre perché a me non ci sono santi né volticoperti che
mi possano fermare e farmi allungare la strada quando porto un carico. I volticoperti gli presero i
pacchi, li fecero fuggire a gambe levate e mandarono in rovina Caregue perché questo era il carico più
prezioso che ho mai fatto venire da Andorra, e a bassa voce, sputando fuoco dagli occhi, disse Valentí,
gli spocchiosi come te mi fanno vomitare ed io non voglio respirare vicino a chi si gioca il mio carico
per i cazzi suoi, vale a dire che ti risparmio la vita ma hai tre giorni per toglierti per sempre dai piedi e
se ti rivedo da queste parti, a Caregue, ad Altron, a Sort o in qualsiasi altro posto più su di Tremp, giuro
su san Gervasio e san Protasio, sulla madonna di Caregue, su san Giuseppe, sull'angelo, il bue e l'asino,
che ti faccio ammazzare, mi bastano i volticoperti a procurarmi problemi. E il giovane Targa, con tutta
la freddezza del mondo, passò due dei tre giorni di tempo che aveva a perlustrare da cima a fondo la
gola del Port Negre finché il secondo giorno, a metà mattinata, alle capanne di Palanca, trovò un
oggetto brillante, rossiccio, metallico, che gli stava nella mano chiusa per la rabbia. Rimase lì un'ora
respirando a fondo, lasciando che il metallo gli segnasse la mano e che le ossa gli si stipassero d'odio.
Poi si incamminò verso Altron, perché aveva molte ore di strada da fare e voleva arrivarci verso sera.
«Hai distrutto la mia famiglia per la storia della Malavella» insistette Ventura.
«Arriviamo a un accordo economico» riuscì finalmente a dire Valentí Targa. E per dissipare
ogni dubbio: «Ho i soldi.»
Il tenente Marcò smise di spingere su per il naso del prigioniero. Si mise in tasca la pistola e
aprì la cartella.
«Non hai via d'uscita. Faremo lo stesso accordo che tu hai fatto con mio figlio.»
«Vaffanculo, Ventura.»
«Prego, prima tu.»
Invece di tirar fuori dalla cartella una notifica notarile o un certificato di proprietà della Tuca,
Joan di casa Ventura tirò fuori uno straccio bianco in cui era avvolta una fiala di una sostanza
apparentemente iniettabile. La ruppe nello straccio con la pressione delle dita e avvicinò lo straccio alla
bocca e al naso di Valentí, che si dimenava disperato e diceva te ne ricorderai e me la pagherai, con gli
occhi pieni d'odio, finché non ebbe più forze e cominciò a rovesciare gli occhi indietro; allora reclinò la
testa e si addormentò dolcemente. Joan Ventura lo liberò immediatamente dalle manette, lo collocò
accasciato sul volante, muovendosi con cautela ma con la tranquillità di sapere che aveva tempo a
sufficienza prima che passasse Tori, quello del latte, tolse il freno a mano e saltò fuori dalla macchina.
Dovette addirittura spingere, nonostante il pendio. L'elegantissimo salto della Stromberg sembrava
seguire fedelmente il salto previsto dal suo stratega, come succede sempre quando le cose si preparano
bene, che poi funzionano come previsto dal tenente Marcò. Una parabola, un primo urto con rottura di
vetri e ammaccamento, tre cappottamenti e il bacio mortale contro il muro di contenimento che lo
aspettava con ansia. Tutto il fragore dell'urto si diluì nell'immensità del paesaggio della Vall d'Assua.
Ventura si mise a correre lungo il sentiero che aveva precedentemente studiato e in tre minuti era
davanti al rottame. Imprigionato e gravemente ferito, Valentí lo guardò chiedendo aiuto e, accorgendosi
di chi era, supplicando compassione, per poi riaddomentarsi. Non sarebbe dovuto essere sveglio, fu
l'unico pensiero del tenente Marcò. Sarebbe dovuto morire per i colpi. Infilò le braccia nella macchina,
prese la testa di Valentí come se stesse soppesando un cocomero e diede un secco quarto di giro con il
cocomero in mano. Crack. Basta. Adesso posso dormire, figlio mio.
Due minuti dopo era sulla Guzzi che lo portava lontano dal tornante del Pendìs, dal rettilineo di
Sant Antoni e dall'inferno. Dal momento in cui il camion del latte passò sul rettilineo di Sant Antoni e
Tori scese agitato vedendo una macchina a pancia in su sul muro ai confini del comune e salì ad
avvisare in paese, io seppi che da quella notte avrei potuto dormire più tranquilla, senza l'immagine del
povero Joanet conficcata nella pelle degli occhi, Dio, nella tua bontà hai messo qualche toppa a ciò che
è successo nella tua cattiveria.
«Non crede in Dio, vero?»
«È la domanda più stupida che mi abbiano mai fatto.»
«Perché?»
«Come vuole che creda in Dio una madre a cui hanno ammazzato il figlio?»
«Mi scusi, non volevo...»
«Perché vuole sapere cose che sono morte e sepolte?» Célia.
«Il maestro.»
«Che vuole, dal maestro?»
«Voglio sapere come è morto.»
«Vuole sapere come è morto il maestro.»
«E voglio sapere come è morto suo marito.»
«Mio marito non è morto. È scomparso.» Prese la tazza di caffè di sua figlia e l'annusò di
nuovo: «Per fortuna è sopravvissuto a lungo a Valentí.»
«Quando io chiesi a mio padre se il giorno dopo ci sarebbe stato, mio padre rispose no, ma
tornerò presto, questa volta non passerà tanto tempo.»
«E fu così?»
La vecchia Ventura prese la tazza della figlia che questa aveva appena riempito di nuovo. Stava
zitta, attenta a quello che diceva Célia.
«Disse la verità, sì. Tornò subito, per la terza volta.»
Madre e figlia non si guardavano e Tina lo notò. Tutte e tre in silenzio, con incrostazioni di
afflizione nel pensiero. D'improvviso, la vecchia Ventura batté con il bastone per terra:
«Che vuole sapere di quel figlio di puttana del maestro?»
«Sono passati cinquantasette anni.»
«Se pure ne fossero passati mille di anni, sarebbe sempre un figlio di puttana. Che cosa vuole
sapere.»
«Come è morto.»
«Me ne rallegrai, quando si disse. Molto. Perché era il braccio destro di Targa e ingannava i
bambini.»
«Sa come è morto?»
«Presero Ovidi dei Tomàs perché il maestro aveva sentito che i suoi figli dicevano a scuola che
il padre si nascondeva a casa Barbai.» Quasi senza respirare: «E passeggiava tronfio con l'uniforme da
bastardo.»
«Io voglio solo sapere come è morto.»
La vecchia Ventura chinò il capo. Forse era stanca. Sua figlia prese la mano asciutta della
vecchia e mi guardò negli occhi dicendomi, a voce più bassa, una pattuglia del maquis andò ad
aspettarlo una notte. Ne fecero un martire e un eroe dei fascisti. Ce ne abbiamo avuto fin sui capelli per
trent'anni perché quella ruffiana della signora di casa Gravat, che passa le sue giornate a leccare il culo
a Dio, lo vuole fare santo.
«Perché?»
«Ah. Cose da ricchi. E ci riuscirà, ne sono convinta.»
Con molto tatto, Tina chiese se conoscevano qualche testimone di quella morte, qualcuno dei
maquis che erano stati presenti... Allora la vecchia si riscosse dalla sua assenza. Guardando il fondo
della tazza di caffè di sua figlia:
«Quattro uomini sconosciuti, quelli del maquis. Ma se vuole sapere che cosa è successo, parli
con quelli dell'altra parte.»
«Sì... Ma...»
«Il maestro e Valentí Targa non erano soli. C'erano almeno due segretari di Targa. Non so come
si chiamavano.» Prese fiato: «Al comune sicuramente lo sanno.»
«Ma mamma, come vuole che...»
«Al comune. Targa li fece iscrivere come ufficiali comunali. Cioè, noialtri pagavamo i nostri
boia.»
«Oriol Fontelles era un collaboratore di suo padre nel maquis» disse Tina a Célia. «Lo
chiamavano Eliot.»
«Eliot è stato un eroe» saltò su la vecchia: «Non dica sciocchezze.»
«Eliot era il maestro di Torena. Oriol Fontelles» ribadì Tina.
«Faccia il favore di uscire da questa casa.»
Tina si alzò con l'intenzione di resistere:
«E Ventura? Quando tornò per la terza volta suo marito?»
«Le ho detto di andarsene di casa.»
A chi importa sapere chi fu veramente Oriol Fontelles? A me. E a nessun altro. Forse
importerebbe anche a sua figlia. A suo figlio, Joan, se è vivo. Non è vero: anche alla
Memoria importa sapere chi fu Oriol Fontelles. E mi piacerebbe proprio sapere perché una
grigia maestra con problemi al seno, con problemi di figlio, con problemi di marito e con problemi di
peso, si sta trasformando in un detective che fiuta le tracce di un eroe indefinito, o forse di un infame, e
chi sarà la donna che mi ha rubato la felicità. Perché.
Chiedo perdono a Dio, se esiste, ma è la lapide che faccio con il cuore più gioioso. Magari
l'avessimo potuta fare prima, Jaumet. Lascio persino che sia tu a finirla. Sarà l'ultima che inciderai
prima di partire soldato.
«Non mi chiamare Jaumet. Meno che mai davanti ai miei amici. E ancora meno davanti a Rosa
Ventureta.»
«Ma è una ragazzina.»
«Non è una ragazzina: farà quindici anni.»
«D'accordo. Tieni. La lapide è tua. Persino in latino la potresti scrivere, accidenti.»
«Ma non era di Altron?»
«Di casa Roia, sì. Oggi sono contento.»
«E perché lo seppelliscono a Torena?»
«Deve voler tenere stretti i morti che qui ha provocato.»
Quinta parte
Kindertotenlieder
Io spesso penso: sono solo usciti.
JOHANN MICHAEL FRIEDRICH RUCKERT
Ricevimento congiunto di tutte le delegazioni nella sala delle udienze. C'è una certa diffidenza
tra i gruppi. Il maestro di cerimonia sta annunciando, più o meno in polacco, che il Santo Padre
riceverà subito tutti i presenti in udienza: che nessuno applauda, né grida, né faccia alcun gesto che
possa infastidire Sua Santità. E che, terminata l'udienza collettiva, saliranno per questa scala, o per la
rampa, i cinque familiari già avvisati per ricevere il saluto personale di Sua Santità. Ci sono domande?
No? Allora lo ripete in giapponese e poi nelle altre lingue, sempre con un alto livello di incompetenza
linguistica.
Che emozione vedere il Papa così da vicino, perché là nella basilica è come vederlo in uno
stadio. Gentilissimo e guarda che è già anzianotto, poveretto. Sì. Si fa fatica a capirlo. Già, ma adesso
parla in giapponese. Non apre quasi la bocca. Chi invece ce l'ha sempre aperta è la Bàscones.
«Non per criticare né altro, ma dopo la grande festa per la canonizzazione di don Josemaria, io
mi aspettavo qualcosa di più solenne, non so.»
«Vabbè, ma non è lo stesso: questi sono cinque tutti insieme, e poi li fanno solo beati.»
«Però sono martiri.»
«Sì, su questo ha pienamente ragione.»
Dopo il discorso di Sua Santità, quando è la volta dei familiari, fanno passare per primo un
uomo pieno di rughe che trema di paura e si inginocchia davanti al Sommo Pontefice. Dal sorriso del
Papa, gli esperti indovinano che è il familiare del soldato polacco ucciso dalle orde. Forse un fratello
più giovane. O un figlio. O un nipote. O che altro. Il fatto è che è impossibile chiarirlo, perché quelli
del gruppo dei polacchi non parlano niente che si possa capire, poveretti.
Poi una suora africana e, successivamente, una donna dal viso scurissimo e i capelli
bianchissimi, che devono portare su una sedia a rotelle e che potrebbe essere una sorella o una zia
dell'altra suora uccisa dalle orde. Quando ha avuto davanti l'anziana paralitica, il Papa ha fatto il gesto
di scendere dal seggio ma il medico vestito con rocchetto e pelliccia ha iniziato a muoversi con
decisione per impedirglielo e il Papa ha capito subito e ha obbedito.
Poi è venuto il turno di una dama tutta vestita di nero, elegante, magra, con un paio di occhiali
dalle lenti sfumate e delle scarpe con la fibbia argentata, che preme con forza una borsa di pelle nera e
che, per la seconda volta nella vita, si inginocchia davanti a un uomo. Il Papa si china per rivolgerle una
formula di saluto, ma lei si mette a parlargli a bassa voce e il Papa, prima un po' inquieto poi con
interesse, si mette ad ascoltare cosa dice quella dama, e dopo due minuti di discorso, tutti i presenti
cominciano a scambiarsi delle occhiate inquiete, disorientate, perché, in fede mia, tutto questo non era
previsto. Tre minuti. Il medico con il rocchetto guarda il camerlengo, che spalanca gli occhi per far
capire che lui non ne sa niente, e adesso, dopo quattro minuti, è il Papa che parla e il medico con il
rocchetto deve allontanarsi di qualche passo per non sentire le sue parole. Quelli a chiacchiere e noi qui
ad aspettare. Chi è questa signora? Non lo so. Una sorella, sicuramente. O forse la vedova. Sì, perché il
beato Fontelles adesso avrebbe che ne so. Ottantacinque anni, avrebbe, il nostro beato. Chiedilo a don
Rella. Io so chi è: retinopatia con microaneurismi intraretinici: se state zitti vi dico chi è.
«Che fa mia madre? Che cazzo gli racconta?»
«Zitto, che ti sentono tutti.»
«Deve sempre dare spettacolo. Ti aveva detto qualcosa?»
«A me? Sono secoli che non ci parlo, caro.»
Cinque minuti. Cinque minuti di conversazione privata tra il Santo Padre e la signora Elisenda.
Quando torna al suo posto, l'ambasciatore la guarda con più rispetto. Lei, dietro gli occhiali scuri,
ricorda le cose che le girano sempre in mente e che sono tornate con più forza durante la conversazione
con il Santo Padre. Ricorda la decisione da lei presa, mentre seppellivano Oriol, di non dipendere mai
più da nessuno che non fosse se stessa. A qualsiasi prezzo. E ricorda la madre Venància e il suo deciso
insegnamento, figliola, Dio ti ha reso la vita più difficile rispetto alle altre signorine del collegio,
perché cresci senza madre. E zio August? Senza madre, figliola. E ciò vuol dire che mi sento in dovere
di prendere il suo posto in un momento come questo, in cui abbandoni il collegio, a diciassette anni e
con tanta voglia di essere un'ottima cristiana, una brava sposa e una madre di famiglia, e in cui i tuoi
genitori non ti possono dire da questa parte sì, da quest'altra no, perché tuo padre pensa a... E zio
August, madre Venància? È diverso, figlia. Devi sapere che gli uomini sono tuoi nemici perché vanno
in cerca solo di una cosa e vogliono solo una cosa.
«Che cosa, reverenda madre?»
«Una.»
«Ma quale.»
«Una.» Silenzio nella sala delle visite. La valigia dell'alunna Elisenda Vilabrù Ramis (ottimo in
religione, aritmetica, geografia e storia; distinto in spagnolo, latino e scienze naturali; sufficiente in
cucito e ginnastica) accanto alle sue gambe, come il cane di Quet quando si stanca di inseguire le
mucche per i pascoli di Sorre. La madre Venància non sa come dirle quello che le deve dire, perché lei
non è una madre. Alla fine dice in modo vago il ciclo.
«Il ciclo? Vogliono il ciclo?» Elisenda batté un piede a terra. «Ma glielo regalo volentieri.»
«No, figliola, voglio dire.»
La madre Venància non riuscì a trovare il modo di dirlo. Ma l'avvertì chiaramente che doveva
stare in guardia dagli uomini come dal peccato, perché possono fare innamorare con quella loro voce
speciale, ancor più se hanno delle belle mani e degli occhi senza fondo, mi capisci, figlia? Ma poi,
quando arriva il momento del matrimonio, allora sì che dovrai essere obbediente alla volontà di tuo
marito. L'aveva già detto padre Osso che la felicità del matrimonio inizia con l'accettazione da parte
della donna del ruolo subordinato che le compete per assecondare i propositi di suo marito. Spero che
tu mi capisca, figliola.
Le riusciva proprio male. Forse per questo calcò un po' la mano su un aspetto in cui si sentiva a
proprio agio e disse che la donna felice è la donna pietosa, quella che recita tutte le preghiere
quotidiane, che va spesso in chiesa, che ha la capacità di discernere il bene dal male perché aspira al
bene finale. Che ringrazia Dio per tutto quello che le ha dato e che lavora per metterlo a frutto.
«È peccato essere ricchi?»
«Ma che dici, tesoro? Anzi: le persone ricche possono fare del bene, possono aiutare gli altri
fratelli...»
«E quella storia del cammello e dell'ago?»
«Lascia stare le immagini: tu hai la possibilità di fare il bene e, quindi, l'obbligo di cercarlo.»
Tacquero. La macchina doveva essere già arrivata da un bel po' e a Elisenda cominciavano a
venire strani pruriti. Guardò madre Venància negli occhi. Questa capì che finalmente si concludeva il
soggiorno in collegio di quella ragazza enigmatica, svelta, taciturna, dura, veloce, bella, ricca, nobile,
orgogliosa e riservata. Sarebbe stata una brava suora. Se non altro, un'ottima madre Superiora. Fai
sempre tutto ciò che devi fare se ritieni di doverlo fare, le disse senza sapere che le stava imprimendo a
fuoco, nell'anima tenera, il motto che doveva illuminare la sua vita.
46
Dopo i funerali di Santiago e di Valentí Targa, con Marcel di nuovo all'internato, Elisenda
Vilabrù si sedette a pensare davanti al ritratto che le aveva fatto Oriol. Come aveva promesso al
governatore civile, il giorno dopo l'inattesa morte del sindaco di Torena c'era già un volontario pronto a
sostituirlo nella sua attività pubblica. Pere Cases di casa Majals si presentò volontario tirato per le
orecchie dalla signora Elisenda, e fece un discorso breve e molto emotivo in cui elogiò le virtù del suo
predecessore, il sindaco Valentí Targa, promettendo una gestione di continuità; si volle incasinare
accennando alla possibilità di nuove case lungo la discesa di Torre, ma uno sguardo della signora
Elisenda per avvertirlo che non era il momento di parlare di quello che si doveva fare a Torena, che lei
aveva varie cose in mente, gli fece cambiare abilmente la rotta e finì per dire che lui sarebbe stato
sempre al servizio del comune, della provincia e della Spagna, e con gli occhi che gli brillavano disse
vivaspaña, anzi, viva Franco e arribaspaña.
Una cosa risolta. Adesso, don Nazario Prats.
«Le ho già detto il giorno del funerale del mio amato sposo che voglio la parte che gli
spettava.»
«La parte di che?»
Al Governo Civile di Lleida avevano dovuto cambiare l'ordine delle udienze del governatore
perché una signora, bella, perché sì, ma con poca pazienza, era piombata nell'ufficio di don Nazario
parlando di denunce e della sua amicizia con il ministro Navarrete, e don Nazario l'aveva fatta passare
e sono già due ore che parlano. Segnati il nome di questa signora, perché deve essere importante.
«La parte che gli spettava per l'imbarco di trenta tonnellate di latte in polvere americano diretto
a Malta a un prezzo da brividi.»
«Ho un problema, signora...»
A parte che da quando è vedova è più invitante, non lo so. Me la farei qui, subito.
«Quale?»
«Agustìn Rojas Pernera.»
Mercoledì trenta marzo millenovecentocinquantatré, alle undici di mattina, nell'ufficio del
governatore civile di Lleida, il Caudillo sulla parete accanto a José Antonio e delle tende scure al
balcone che rendevano più elegante l'ambiente, la signora Elisenda Vilabrù dimostrò, e spero che non
ci sia bisogno di tornarci sopra, che ciò che lei diceva era vangelo, sempre. Davanti allo sguardo
inquieto di don Nazario prese il telefono e chiese di essere messa in comunicazione diretta con il
ministro Navarrete, e due minuti dopo un atterrito governatore civile di Lleida sentiva la signora che
diceva salve, Ricardo, come va. Sì, grazie. Sì, una morte improvvisa, povero Santiago. A proposito, ti
volevo parlare... Sì, di una questione che ha lasciato a metà, sì. Sì. Un grave ostacolo. Sì. Agustìn Rojas
Pernera, delegato di zona per la provincia di Lleida del Sindicato Vertical. Beh, mi sta mettendo i
bastoni tra le ruote. D'accordo: se fa vedere che recepisce non ho alcun inconveniente a non farlo
cacciare. Grazie, Ricardo. Che fa Felisa? Bene. Anche voi mi mancate. E guarda che ne è passato di
tempo da San Sebastiàn, ma io vi ho sempre nel cuore. La settimana prossima vengo a Madrid, sì.
Aspetto tue notizie. Ciao, Ricardo.
Riattaccò, guardò l'orologio e poi il governatore don Nazario Prats. Quindi disse tra mezz'ora ci
diranno che è tutto risolto. Il sessanta per cento per me. Senza il mio intervento, lei sarebbe rimasto
senza niente.
La mano molle e sudata del governatore sulla scrivania, dove, oltre a un posacenere molto
pieno, c'era solo un magnifico orologio d'argento sostenuto da due elefanti infuriati che alzavano la
proboscide sfidando con arroganza il trascorrere del tempo.
«Quanti ministri conosce, signora Vilabrù?»
«Ministri e futuri ministri. D'accordo per il sessantacinque per cento?»
Mezz'ora dopo il delegato per la zona di Lleida del Sindicato Vertical, don Agustìn Rojas
Pernera, telefonava desolato a don Nazario e gli diceva ma amico mio, che terribile malinteso. Certo
che quel che è tuo è tuo. Certo che la signora Vilabrù ne ha diritto. Oggi pomeriggio sarà tutto risolto:
mi terrò solo la commissione del tre per cento di... Ma la signora Elisenda, che ascoltava all'altro
apparecchio, disse Agustìn, non è questo che ti hanno ordinato. Non ti tieni né commissioni né niente,
se non vuoi che sporga una denuncia in piena regola davanti al tuo ministro.
Né commissioni né niente. E il settanta per cento per lei. A partire da quel trenta marzo
millenovecentocinquantatré, quando stava per compiere quaranta anni, Elisenda Vilabrù fu consapevole
di aver trovato lo stile, il tono e il modo di andare avanti nella vita se era disposta a tutto. Con la cautela
del bravo cacciatore, aspettò qualche mese per vedere se veniva a galla la faccenda di quel Dauder.
Quando fu certa che tutto era tranquillo, si dedicò a sistemare l'affare della Tuca Negra.
«Pago in contanti» disse.
Il problema, per Ignasi di casa Parache, era che se la signora Elisenda comprava senza discutere
troppo sul prezzo era perché ci vedeva dei guadagni che lui non sapeva scorgere e questo lo
imbestialiva. Vendette a malincuore un bel pezzo della Tuca, con una smorfia di diffidenza. Altri tre
proprietari fecero la stessa smorfia ma anche loro allungarono la mano. Il quinto era Rafel Agullana, il
cugino dei Burés, il Burot, come lo chiamavano, che da tanti anni viveva a Lleida.
«No.»
«Pago bene.»
«Che ci vuoi fare? Una montagna non serve a niente.» Vestita di nero, questa donna è ancora
più bella.
«Io te la compro.»
«Diventiamo soci al cinquanta per cento per quello che hai intenzione di farci. Qualunque cosa
sia.» Quarant'anni? Non credo che ci arrivi. Che eleganza.
L'ufficio del Burot forse non era grande come quello del governatore, ma aveva più luce e
cinque file di libri destinati a non essere mai aperti. Lei passò il dito sulla scrivania come se fosse in
cerca di tracce di polvere. Guardò negli occhi il Burot e questi sostenne lo sguardo. Si potrebbe dire che
fecero al cinquanta per cento ma non in quello che diceva lui. Fu un processo ben calcolato. Fai sempre
tutto ciò che devi fare se ritieni di doverlo fare. Nello studio da avvocato di Agullana, davanti al
comune di Lleida, lei sorrise alla sua vittima, si alzò e guardò fuori dalla finestra del balcone, si tolse
una catena d'oro dal collo e la mise nella borsa mentre osservava gli stuoli di piccioni; poi, senza
preavviso, si girò verso di lui sbottonandosi la camicetta nera. Anche la biancheria intima era nera. Con
un movimento molto abile liberò un seno bianchissimo e il capezzolo lo indicò. Il Burot inghiottì lo
spavento e spalancò due occhi come cocomeri, non potendo distogliere la vista da quel capezzolo
rosato. Dopo un lungo istante, Agullana guardò verso la porta, guardò di nuovo il seno, la porta, alzò
un braccio indicandola, come per dire che... ma lei, a bassa voce, gli disse non la chiudere, così è più
divertente, e lui si attaccò al capezzolo perché non resisteva più e lei lo accarezzò dolcemente perché
sapeva che ogni leggera carezza sulla pelata incipiente di Agullana era un ettaro per lei.
Sentirono dei colpi leggeri alla porta mentre lei stava cercando di tirare fuori l'altro seno da
portare in combattimento. Con un gesto autoritario che stava a dimostrare che ormai ce l'aveva in
pugno, indicò ad Agullana di fare quello che doveva fare e lui disse avanti, Carme. Lei si mise la giacca
sulle spalle e nascose il disordine con la cartella dei documenti.
La Carme gli portò la cartella delle uscite e lui si maledisse perché le aveva ordinato di
portargliela non appena fosse pronta. Quando la segretaria fu uscita, Elisenda lasciò il fascicolo sulla
scrivania. Mostrava il seno contuso e aspettava.
«Non vendo» disse Agullana. E lei si mise a ridere con tanta sicurezza che Agullana si
spaventò.
«Hai altri posti da esplorare» gli disse, indicandosi.
«Qui è impossibile. Non mi concentro.»
La signora Elisenda aprì la borsa ed estrasse una chiave con la piastrina del numero e il nome
dell'albergo. Si sistemò la camicetta, si alzò e, mentre se ne andava, senza girarsi lo informò:
«Tra mezz'ora.»
Nella stanza benedetta dell'albergo, Rafel Agullana visse il pomeriggio più ardente della sua
vita conquistando non la cima del Montsent né il picco di Altars ma il corpo leggendario, fino a quel
momento irraggiungibile, della signora Elisenda di casa Gravat di Torena, e questo valeva senz'altro il
bosco di Pardiner e la discesa Grossa ben pagati. E altro ci avrebbe messo, se l'avesse avuto, perché
Rafel Agullana era un uomo spinto dagli impulsi e mentre premeva i seni di Elisenda si sentiva il
padrone del mondo, dei due emisferi, del prestigio che si stava costruendo quella donna singolare, e se
c'era qualcosa di spiacevole era che la gente non ci avrebbe creduto.
Di ritorno all'ufficio per formalizzare l'operazione, Agullana cominciò a spaventarsi e disse di
nuovo che non poteva vendere, che prima doveva parlarne con sua moglie.
«No. Tu adesso me lo vendi, oppure sarò io che parlerò con tua moglie.»
«Anch'io posso parlare.»
«Io non ho un marito a cui tu possa spiattellare la storiella.»
L'operazione si concluse quello stesso pomeriggio; lì per lì presero persino appuntamento con il
notaio.
Quando lei lasciò l'ufficiò, Rafel Agullana rimase un quarto d'ora a guardare la porta, sconvolto,
lo sguardo fisso molto lontano, pensando che cosa aveva fatto bene, che cosa aveva fatto male, per cosa
era valsa la pena e, soprattutto, che cosa era successo, quel pomeriggio.
La messa in scena fu impeccabile. Li aveva convocati a casa Gravat, in campo proprio. La
servitù, agli ordini di Ciò, la sostituta della rimpianta Bibiana, aveva passato due giorni interi a togliere
la polvere inesistente. Si fece portare la cartina in rilievo che aveva fatto fare a Valentí con la scusa,
piaciuta al catasto, dell'importanza che aveva la conoscenza dettagliata della morfologia della zona
adesso che la presenza del maquis, che rimanga tra noi, non si può dire che sia del tutto risolta, e diede
il lavoro a un cartografo sveglio che aveva voglia di fare strada. Visitò anche la cantina in compagnia
di Ciò per assicurarsi che nessuno si fosse bevuto i cinque Chateau-neuf, fece preparare cinque stanze
per gli ospiti per qualsiasi evenienza e, quando mancavano solo tre giorni, sedette vicino al camino
spento ad aspettare l'arrivo degli svedesi.
La signora Elisenda guardava lontano, come se davanti a sé avesse il paesaggio tanto amato,
mentre il cartografo spiegava gli esatti confini della proprietà di tutta la montagna della Tuca Negra
fino a questo canale, si degnò di dare un'occhiata alle carte mentre l'avvocato Gasull, assai nervoso
perché era la prima volta che si occupava degli affari internazionali della signora, mostrava agli
acquirenti tutti i titoli della proprietà, tornò a guardare l'infinito quando l'avvocato cominciò a esporre
le modalità di pagamento e si sentì felice, completa, giustificata, quando herr Enqvist comunicò che
ritenevano ragionevole quel prezzo. Oltre a consolidarsi, al momento della firma dell'atto di
compravendita, come una delle grandi fortune del paese, fu abbastanza abile da seguire la tattica che
avevano inutilmente tentato Ignasi di casa Parache e Rafel Agullana e che forse prima non le era venuta
in mente:
«Digli che sono disposta a rinunciare a una buona parte del prezzo in cambio di una
partecipazione nell'affare.»
«Sai che Cosa ci vogliono fare?»
«Una stazione di sci.»
«Che sarà la rovina. Questi signori pensano che qui la gente abbia tanta voglia di sciare come in
Svezia.»
«Limitati a esporgli la mia proposta» disse al giovane avvocato mentre sorrideva agli svedesi.
«A valutare e a decidere ci penso io.»
Mentre prendevano il tè, che gli svedesi elogiarono per l'aroma e il colore, parlarono di tutto
meno dell'accordo che avevano appena concluso: la vendita di tutta la montagna della Tuca Negra e la
partecipazione della signora Elisenda Vilabrù Ramis a titolo personale, con una bella fetta di azioni
della Fròlund-Pyrenéerna Korporation. L'avvocato Gasull, con un biscotto in mano, si faceva in quattro
per fare da interprete. Lei fu incantevole, estremamente disinvolta, sicura malgrado la giovane età, non
ha neanche quarant'anni, ma così gelida, così a valutare e a decidere ci penso io, così distante, così dea,
che neanche si accorge di avermi davanti disposto a fare qualunque cosa per esserle utile. Sarei
disposto persino, Dio me ne guardi, a trasgredire la legge per lei. Trentanove anni ed è già una regina.
Ovunque vada è una regina. Mia regina. Ti sarò sempre fedele.
La telefonata della direttrice dell'Internato fu una vera scocciatura. Proprio mentre herr Enqvist
ed herr Ahnlund stavano considerando la possibilità di rimanere a dormire a casa Gravat e l'indomani
avrebbero fatto venire un taxi per andare all'aeroporto, ecco che telefona la signora Pol, un po' agitata
per il comportamento schivo, strano, insomma preoccupante di suo figlio. Non fa niente, non lavora,
non vuole giocare e passa le giornate a guardare fuori dalla finestra, insomma, senza fare niente.
«E che mi raccomanda?»
«Di venirlo a prendere subito.»
«Mi scusi, ma adesso io...»
«Vediamo... Insomma, era molto legato a suo padre?»
«Sì, certo.»
«Forse quello che è successo lo tocca più di quanto fosse prevedibile.»
«Forse sì. Perché non mi ci fa parlare?»
«Adesso non è qui. Sono sola nell'ufficio.»
A conferma delle parole della direttrice, Elisenda sentì una tosse maschile dall'altra parte del
filo.
«Benissimo» disse, con aria stanca. «Ci penso io.»
Quando tornò in salotto, con un'occhiata fu in grado di leggere la situazione: gli svedesi
rimanevano e Gasull aveva fretta.
«Gasull.»
L'avvocato immobilizzò il gesto di prendere il cappello.
«Mi dovrebbe fare un favore urgente e molto importante.»
Gli occhi dell'avvocato Gasull si illuminarono pensando a quale poteva essere la nuova
missione che Lei gli affidava.
«No, te lo dicevo solo se per caso tu avessi visto qualcosa.»
«Io non so niente.»
Un'altra decina di chilometri in silenzio. La Fiat Balilla di Gasull avanzava senza alterarsi,
facendo soffrire le balestre delle sospensioni con le buche che l'avvocato non poteva evitare. Marcel si
sedette bene di nuovo sul sedile posteriore:
«Voglio vivere a Torena» disse.
«Come?»
«Voglio vivere a Torena. In collegio mi annoio, e a Barcellona anche.»
«Sì, e adesso scopriamo che sei nato per fare il contadino» azzardò uno scherzo Gasull.
«Ehmbè.»
«No, niente. Ma a che scuola andresti, Marcel?»
«A quella del paese. Perché mi hai chiesto se mamma invita dei signori a cena?»
«Signori e signore, volevo dire.»
«Perché lo vuoi sapere?»
«Perché...» Una buca molto opportuna lo scosse e gli diede tempo per pensare un po' alla
risposta. «Perché... Perché lavora troppo. Io le dico sempre che dovrebbe andare a dormire presto,
ma...»
«Mamma non lavora troppo. A me sembra che non lavori per niente.»
Gasull gettò un'occhiata al bambino dallo specchietto. Non voleva che la conversazione si
interrompesse.
«Perché?»
«Parla tutto il giorno al telefono e con altre persone in salotto.»
«C'è modo e modo di lavorare. Vuoi una gassosa?»
«Sì.»
La macchina si fermò all'ingresso di Les Franqueses. Mentre il bambino beveva con trasporto e
guardava davanti a sé, trapassando il corpo invisibile di Gasull, questi volle farlo atterrare:
«Che c'è? Sei triste per tuo padre?»
«Puff. Perché?»
«La signora Pol dice che forse...»
«La signora Pol è stupida.»
«Perché?»
«Non mi fa per niente pena che papà è morto. Non mi voleva bene.»
«Questo non lo sai.»
L'avvocato Gasull, abbastanza giovane da non doversi ancora preoccupare, si commosse all'idea
che, in un certo modo, stava facendo più da padre al bambino di quanto non l'avesse fatto il signor
Santiago. Stava facendo da padre al figlio di Lei.
«Certo che lo so. Mi guardava in modo strano.» Marcel prese un sorso di gassosa: «Perché non
andiamo a Torena?»
«No. Oggi non va bene che ci siano dei bambini, là. Stanno lavorando.»
«Ehmbè?»
«Mamma ha detto di portarti a Barcellona e io ti porto a Barcellona. Immagino che tu non
voglia darle un dispiacere.»
«Mi sa che mamma non sa che esisto.»
All'avvocato Gasull dispiacque che si fosse fatto d'improvviso silenzio nel bar de Les
Franqueses, perché la frase risentita del bambino si udì perfettamente, così nitidamente che pensò di
essere stato lui a pronunciarla.
47
Il 18 novembre 1957, qualche giorno dopo la splendida inaugurazione della nuova fiammante
stazione di sci della Tuca Negra, erano passati poco più di tredici anni dalla morte in qualità di eroe per
causa di martirio del servo di Dio Oriol Fontelles Grau. Fu il giorno scelto da Sua Illustrissima, il
vescovo della Seu d'Urgell, per assicurare che le virtù del nostro servo di Dio erano sufficienti per
proclamarlo Venerabile della Chiesa.
La cerimonia solenne si fece alla Seu, in presenza di numerosi fedeli accompagnati da una
nutrita rappresentanza delle persone che contano a Torena, ridente paesino della Vall d'Àssua, ridente
valle del Pallars, ridente contrada della provincia di Lleida, ridente capoluogo dell'industriosa e ridente
Catalogna, dove aveva avuto luogo la tragedia sfociata nel martirio del neo Venerabile Oriol Fontelles.
Quello che non dissero i giornali era che tra i presenti si poteva notare la mancanza del
canonico della cattedrale, l'illustre scienziato e santo uomo dottor August Vilabrù, uno dei promotori,
sin dal primo momento, dell'elevazione agli altari del suddetto Venerabile.
«Sì, come mai non è venuto?»
«L'hanno dovuto ricoverare.»
«Madonna santa. E che ha?»
Padre August Vilabrù aveva avuto la prima di una serie di forti discussioni che doveva avere
con sua nipote, la signora Elisenda Vilabrù i Ramis. Mettere all'aria i panni sporchi non fa bene alla
salute.
I panni sporchi erano una notifica notarile con un documento allegato. La notifica annunciava
che, trascorso il termine di quattro anni dalla morte del suo cliente, lo studio notarile Coma-Garriga di
Lleida faceva arrivare alle mani indicate il documento allegato. Le mani indicate, che erano quelle di
padre August Vilabrù, lasciarono il documento allegato come se scottasse sul tavolo della sala delle
visite del vescovado. Elisenda lo prese, facendo attenzione che non le tremassero le mani, e cominciò a
leggerlo. Riconobbe subito il linguaggio primitivo di Valentí Targa e capì che il suo Goel si era
riservato quella mossa come vendetta per molte cose e per l'amore che lei e Oriol si erano professati.
Ciò che più ammirava Elisenda era che Valentí fosse stato capace di pianificare qualcosa che doveva
attivarsi quando lui fosse già nel regno dei morti. In quel documento si assicurava la non validità della
testimonianza che lui e la signora Elisenda Vilabrù avevano fornito sulle reali circostanze della morte
di Oriol Fontelles. Ritratto la mia testimonianza, per quanto sacro sia stato il giuramento sotto il quale
ho dichiarato. Niente maquis, niente martiri, niente tabernacoli. Oriol Fontelles era un furbo, un
adultero, amante della suddetta signora Elisenda e assassino al soldo del maquis, che aveva tramato
contro la vita dello stesso signor Valentí Targa, vale a dire il firmatario del presente documento. E lei,
tanto signora e tanto così, è soltanto una volgare ciucciacazzi.
«Senta, signore; non crede che dovremmo...»
«No, assolutamente: ciucciacazzi, proprio così come le dico. Altrimenti affido tutti i miei affari
a un altro studio notarile, decida lei.»
Ciucciacazzi. Ed è mia volontà che, se muoio senza aver revocato il presente documento, questo
sia consegnato alla persona del canonico Vilabrù quattro anni dopo la mia morte.
«Scriviamo del mio trapasso.»
«D'accordo. È un modo più elegante di morire. E vorrei aggiungere ancora qualcosa.»
«Che cosa, signor Targa.»
«Le vere circostanze della morte di Fontelles.»
«Lei le conosce?»
«Certo.»
Silenzio. Il notaio Garriga guardava il chiarore della Plaça Sant Joan che gli arrivava molto
attenuata dalle tende. Osservò il suo cliente, che era ancora in piedi davanti a lui con aria impaziente.
«Io me le terrei per me.»
«Perché?»
«Prudenza.»
«Se questa storia viene alla luce sarà perché io sarò morto. Cioè, sarò trapassato.»
«E allora?»
«Che me ne sbatto le palle della prudenza. Non so se mi spiego.»
«Come vuole. Non so che rivelazione farà, ma deve sapere che io ho l'obbligo di denunciare
fatti punibili nell'ipotetico caso che arrivino alle mie orecchie.»
«E il segreto professionale?»
«Ha dei limiti.»
«Allora me lo riservo per un altro momento.»
«Molto meglio, signor Targa.»
Lleida, li dieci gennaio millenovecentocinquanta. Firmato, Valentí Targa Sau.
Elisenda rimise il foglio sul tavolo. Il mio Goel mi voleva fare le scarpe. Il mio Goel era geloso
della mia intenzione di fare un angolino per Oriol nella memoria di tutti. Quindi prese aria e disse il
signor Valentí Targa si è messo contro di me e contro tutti i miei sogni quando gli ho detto di no, che
non volevo accettare alcun tipo di commercio carnale con lui. Questa è la sua vendetta, zio. Non gli
potete credere.
Elisenda aveva pronunciato queste parole senza guardare suo zio negli occhi. Quando finì, si
inginocchiò devotamente, là in mezzo alla sala delle visite, gli baciò la mano e disse padre, chiedo di
essere confessata, e padre August non seppe reagire in tempo, un po' sorpreso, un po' incuriosito dal
comportamento di sua nipote e un po' perché a lui, invece, costava molta fatica prendere decisioni. Ma
solo nel momento in cui dava l'assoluzione a quell'anima assetata si accorse di essere caduto in una
trappola che avrebbe minato gravemente la sua salute. Perché il fatto che Elisenda gli dicesse sì, padre,
Oriol Fontelles, il maestro di Torena dieci anni fa è stato il mio amante per pochi ma intensi mesi, era
una trappola molto pericolosa. Ci amavamo con passione, padre, aveva continuato. E a voce più bassa
aveva proclamato mi confesso per aver commesso adulterio, padre.
«E te ne penti?»
Come vuole pretendere qualcuno che io mi penta mai del mio amore per Oriol?
«Sì, padre.»
Dopo averle imposto una penitenza severa, padre August cominciò a recitare la formula
dell'assoluzione e quando arrivò a ego te absolvo a peccatis tuis in nomine, tacque. Lei alzò la testa e lo
guardò allarmata.
«Mi stai tendendo una trappola.»
«Io?»
«Che cosa è successo veramente il giorno della morte di Oriol Fontelles?»
«È riportato nei verbali del caso e voi li avete letti cento volte. Ne siete il redattore principale.»
«Che Dio ti maledica.»
«Zio!» inorridita. In tono drammatico: «Siete ingiusto. Molto ingiusto.»
«Che Dio ti maledica perché me l'hai appena confidato in confessione.»
Elisenda tacque. Fece un gesto devoto di raccoglimento. Fai sempre tutto ciò che devi fare se
ritieni di doverlo fare. Inginocchiata in mezzo alla sala, vide padre August che sospirava e si alzava con
difficoltà.
«L'hai fatto apposta per chiudermi la bocca.» Fece qualche passo per la sala, come un animale
braccato: «Non ti posso dare l'assoluzione.»
«Me la stavate già dando.»
«Non posso farlo.»
Elisenda, rimanendo in ginocchio, ad occhi chiusi disse:
«Comunque vada, mi avete ascoltata in confessione.»
«La confessione non è finita. Non ti ho ancora assolto.»
«Articolo ottocentottantasei del codice di Diritto Canonico.»
«Che?»
«Se il confessore non può dimostrare la cattiva disposizione del penitente e questi chiede
l'assoluzione, il confessore non gliela può rifiutare né differire.»
Silenzio. Di fatto aveva citato a memoria quello che aveva ripassato cento volte e non era stata
del tutto fedele all'originale, ma contava sul fatto che padre August non si sarebbe preso il disturbo di
andare direttamente alle fonti. Insistette.
«Nel codice c'è scritto dimostrare. Non c'è scritto se qualcuno si è fatto un'idea.»
«Mi vuoi far ballare al suono della tua musica, eh?»
«Potete dimostrare che ho agito in mala fede?»
Un minuto lunghissimo di quasi un secolo, tutti e due adesso in piedi finché padre August, con
la voce rotta, disse ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris et Filii et Spiri tu Sancti, amen. Ti
intimo di raccontare quello che sai al postulatore della causa. Di dirgli che la persona che domani
dichiareranno Venerabile era un uomo che viveva in adulterio e che probabilmente non era neanche un
credente.
«La nota postuma di Valentí Targa è piena di menzogne. Io voglio che la gente ricordi Oriol
come una brava persona, quale lui era.»
«Non è necessario farlo santo per questo.»
«Voglio che viva nel ricordo di tutti. Di tutti!»
«Sei una grande zoccola, per quanto tu sia mia nipote.»
Padre August si segnò, spaventato da quanto aveva appena detto, e abbandonò la sala tremante,
sconvolto, a passo fermo, verso la sua prima embolia.
Quindici giorni dopo quello spavento, Bibiana fece cadere a terra il lenzuolo che stava
stendendo con l'aiuto di Caterina e disse alla domestica corri, vai a chiamare la signora.
Quando Elisenda arrivò sul terrazzo Bibiana era stesa a terra, avvolta nel lenzuolo umido come
fosse un sudario, e disse tesoro, ciò che più mi dispiace è che non imparerai mai a essere felice, solo
per questo mi fa rabbia morire, perché non ti voglio lasciare sola, ma finalmente potrò riposare. Sai che
fa molto male conoscere le disgrazie che devono arrivare e non poter fare niente per evitarle?
«Caterina, di' al medico di venire di corsa. Vai!»
Non ti affannare, tesoro, io so che me ne vado, con il medico o senza. Tante volte ti ho voluto
dire di non fare quello che smaniavi di fare... Spesso non osavo, perché sapevo che mi avresti proibito
di darti alcun consiglio, per piccolo che fosse. Malgrado ciò, molte volte mi hai dato retta. Tesoro, tu
per me sei stata come una figlia, ho sempre pensato di averti partorita io e non la signora Pilar.
«Ah, Dio mio, Bibiana. Mi senti? Mi riconosci? Di' qualcosa! Non mi puoi lasciare sola, mi
senti?»
Certo che ti sento, cara. Sei stata mia figlia, ti ho partorito come una madre. E adesso che me ne
vado, ti voglio dire di stare attenta, perché hai scelto una vita pericolosa, piena di nemici importanti, lo
so, non sono una sciocca. Come ti voglio bene, figlia mia. Sento già il mormorio dell'acqua del
Pamano. Sembra un miracolo.
«Ti porterò a letto. Non ti preoccupare, Bibiana, io avrò cura di te.»
Ma che dici, non riuscirai neanche a sollevarmi da terra. Mi fa piacere che tu soffra per me. Ho
passato quarantadue anni della mia vita a penare per te, fin dai quei due eterni minuti prima che tu
iniziassi a piangere quando Conxita di casa Trilla ti diede un colpetto sul sederino. E adesso, nei miei
ultimi due minuti, che tu sia per la prima volta così afflitta per me, non so, mi fa piangere di
soddisfazione.
«Non piangere, Bibiana, io avrò cura di te. Avvisate il medico! Caterina!»
Rimarrei solo per vegliare su di te, perché ho la sensazione di essere l'unica a sapere che la
sciagura non ha mai fine: trova sempre un osso da rodere. Tesoro, figlia, non ti devi mai fidare, devi
tenere ben presente che non si sa mai quando avrà fine la disgrazia.
48
Per non correre rischi cambiarono il luogo dell'incontro; una pensione triste della Pobla dove
tutti e due erano completamente sconosciuti. Lei, lasciato il cappotto sulla sedia, guardò fuori dalla
finestra e, senza girarsi, disse ti amo tanto che mi piacerebbe vivere... non so, sposata con te. Senza
doverci nascondere.
«Sai che non è possibile» risposta asciutta.
«Se potessimo divorziare.»
«Con la repubblica lo potevamo fare. Sono i tuoi che l'hanno proibito.»
«I miei?»
Lo guardò. Si avvicinò a lui tentando di svelare il segreto di quello sguardo così diverso da
quello del pittore che la faceva sentire nuda, coperta di una morbida pelle di martora. Ma trovò solo il
gelo. Se ne andò verso l'armadio.
«Non sono forse anche i tuoi?»
Oriol non rispose ma sostenne il suo sguardo.
«Mi piacerebbe essere sposata con te» insistette lei.
«A me, no.»
Silenzio. Lei si immobilizzò davanti allo specchio acquoso dell'armadio. Due Elisende
l'osservavano spaventate. Oriol si sedette sul letto.
Salute a Franco, Arriba España. Torena de Pallars, 26-10-1944. Seguito. È stato scoperto dai
nostri servizi, nei pressi di Toulouse, il cadavere dello scomparso José Pardines (v. precedente
rapporto) in avanzato stato di putrefazione. No: di decomposizione. Il medico legale, capitano Aurelio
Cordón, certifica la presenza di un proiettile nella zona cerebrale frontale da cui deduciamo che il
suddetto Pardines sia stato scoperto dai banditi tra cui lo avevamo infiltrato. Non è arrivato mai a
dirci; non è arrivato mai a darci; non è arrivato mai a fornirci, ecco, alcun tipo di informazioni.
«Che hai?» fece lei, ancora disorientata.
«Se vuoi un terreno, denunciane il proprietario.»
«Non ti capisco.»
Quando le raccontò quello che gli aveva fatto vedere Targa, allora capì. Tre secondi per reagire:
«Sono dei terreni che la CNT aveva confiscato a mio padre.»
Oriol rimase zitto, un po' smarrito.
...che mi sono arrivate voci ancora non confermate della possibile relazione tra Eliot e un certo
Ossian scritto proprio così. Credo che sarebbe buono; sarebbe magnifico; sarebbe prudente indagare
sui precedenti del suddetto Ossian, e anche se è originario di queste valli, se lavora qui nascosto sotto
una personalità legale o se è un guerrigliero o un repubblicano in fuga.
«Io ti amo e non ti voglio perdere per niente al mondo.»
«Sei amica del sindaco, vero?»
«No. Casomai, tu. State sempre insieme.»
«Targa non si fida di me perché non voglio approfittare della situazione.»
«Targa applica la legge e la fa osservare. Non è un delinquente.»
«Tranne quando ammazza bambini.»
«Se lo vuoi denunciare, sai cosa devi fare.» Qualche istante per rasserenarsi. «Ne abbiamo già
parlato abbastanza, no?»
«Lo giustifichi, forse?»
«No. È un arruffone. Ma avresti dovuto vedere com'era Torena prima che venisse lui.»
Lo disse con passione, mentre si sbottonava la camicia.
Oriol pensò subito che se le rispondeva che Torena prima di Targa aveva più abitanti vivi
sarebbe stata la rottura. E lui voleva vedere che cosa c'era sotto quella camicia. Quindi tacque e
accantonò la discussione. Pensò anche che poteva essere stata una temerarietà averla iniziata. La
camicia, dai.
Sui timori del comando militare e di questo servizio di informazioni che la sorte del conflitto
bellico europeo conseguente allo sbarco alleato di giugno scorso vada verso una maggiore; no:
sortisca l'effetto di un maggiore disorientamento nelle zone di confine, devo dichiarare con orgoglio
che nelle zone montuose sotto il mio controllo civile, non si rilevano movimenti sospetti nei limiti di ciò
che la prudenza raccomanda di affermare giacché risulta impossibile il controllo totale di una zona
così ampia e dagli accessi così difficili.
«Ti amo» le disse, di cuore e a malincuore. E lei sorrise rasserenata.
Fecero l'amore, ma con una minuscola crepa formatasi tra loro. Lui sapeva che, comunque
andassero le cose, non avrebbe mai più potuto fare a meno dei baci, della voce, del profumo di quella
donna e si sentì sventurato.
Riguardo a uno degli ultimi rapporti in cui ci si informava sulla mia sicurezza personale, è
ancora presto per fare a meno della guardia personale quando sono in paese perché ci sono dei
vigliacchi che non accettano il ristabilimento dell'ordine là dove prima c'erano stati caos, omicidi,
vendette e odio. Non accettano la pace che è stata loro regalata e non capiscono che per conservarla
ci vediamo costretti ad agire in modo energico, dirigendo il pensiero alle parole del nostro Caudillo
che ci ha ordinato di non permettere che il polso ci tremi nel momento di ristabilire i valori di Patria e
Religione, e rispettando. No: e in rispetto a. No: e rispettando la consegna uscita, no, come si dice,
emanata dai responsabili della Falange Spagnola, la cui rappresentanza mi è stata umilmente data.
Conferita.
Poi, stesi sul letto, con un palmo di silenzio tra loro, rimasero zitti troppo a lungo. Si lasciarono
in silenzio. Elisenda uscì dalla stanza senza guardare indietro. Il ritorno a casa, silenziosa, senza dire
una sola parola a Jacinto, mentre guardava dritto davanti a sé, fissamente, come se avesse fretta di
arrivare. E Jacinto che pensava oggi hanno litigato. Oggi non hanno scopato. Hanno litigato prima di
scopare. A quel punto gli arrivò la folata di tuberosa e guardò dallo specchietto. La signora stava
piangendo in silenzio. Dio mio, che cosa gli ha fatto questo disgraziato, la signora può piangere e io
non so fare niente per evitarlo.
Benché sia una questione spiacevole e dalle gravissime conseguenze se si sapesse; se si
diffondesse tra la popolazione, sento la necessità di comunicarle che bisogna, che è necessario
riprendere la sorveglianza discreta del camerata Oriol Fontelles nei suoi spostamenti fuori del
municipio di Torena da parte di persone a lui sconosciute. Non sa, signore, come mi piacerebbe poter
concludere che i miei timori rispetto al suddetto camerata erano falsi; no: infondati.
Oriol era rimasto seduto sul letto a guardare lo specchio, rimpiangendo la presenza di Elisenda,
chiedendosi se non fosse poco assennato perdere la testa per una donna che in altre circostanze avrebbe
avuto sicuramente dall'altra parte della trincea. Chiedendosi se stesse mettendo in pericolo tutte le
Grandi Operazioni del mondo con la sua frivolezza. Frivolezza. No, passione. Passione condivisa. Si
alzò dal letto e notò che la fragranza della tuberosa non era ancora svanita dalla stanza.
Sarebbe consigliabile anche indagare sulla provenienza di un cane di razza Springel Spaniel
che risponde al nome di Achille, apparso pochi giorni fa a Torena de Pallars, che si è sistemato nella
scuola come se questo fosse un luogo già noto al suddetto segugio; animale; cane. Fa parte di quelle
piccole cose che avvolgono di interrogativi la figura del prima suddetto camerata Fontelles.
Sebbene non faccia parte delle mie attribuzioni dirette, devo rivelare che a un pranzo con vari
ufficiali membri della gloriosa sessesi; sestesima; sessantaduesima divisione, alla gloriosa sessan
taduesima divisione, colsi alcuni commenti critici sulla superiorità castrense da parte del capitano
Alonso Fez; tali commenti del suddetto capitano non furono sconfessati da nessuno dei presenti.
L'auto non si fermò davanti a casa Gravat, ma davanti al comune. Elisenda, trasformata in
valchiria, alta, decisa, capelli neri, pelle scura, salì i due gradini di accesso e si presentò nell'ufficio di
Valentí, che in quel momento stava scrivendo perché ritengono che i residui; i resti della guerriglia
finirebbero di botto; d'improvviso, se l'esercito fosse davvero più risoluto. Sia il suddetto capitano Fez
che altri ufficiali presenti espressero l'idea che il comando sia troppo debole con i ribelli. Attenzione.
«Adesso mi stai bene a sentire.»
Elisenda si sedette davanti alla scrivania, abbandonò la borsa e il cappotto per terra, poggiò i
gomiti sul tavolo e lasciò che Valentí nascondesse i suoi segreti nella cartella di cuoio. Gli notò
quell'espressione da bue che sta per essere macellato e ne fu contenta. Quando finalmente il bue la
guardò con occhi tristi e umidi, lei disse senza gridare non hai ancora imparato che ci sono cose di cui
non devi parlare con nessuno, neanche con il tuo migliore amico, ammesso che tu ne abbia qualcuno.
Dopo un silenzio troppo lungo, Elisenda si spazientì:
«Allora?»
«Perché dici questo?»
«Com'è che Oriol Fontelles sa che io ho comprato parte della Tuca?»
«Com'è che tu sai che Oriol Fontelles sa che tu...»
«Rispondi.»
«Io...» Valentí Targa frugò sulla scrivania in cerca di una scusa, aprì la cartella, estrasse i
documenti riservati, li rimise dentro, e non aveva ancora trovato la risposta.
«Benissimo. Siccome non sai che cosa vuol dire segreto, ti dovrò destituire dalla carica di
sindaco.»
«Non puoi farlo. L'esercito non te lo permetterebbe.»
«Ti sorprenderesti di quello che mi lasciano fare i militari.»
«Non ho ancora finito il mio lavoro. Josep Mauri è vivo.»
«Se tu non lo vai a cercare...»
«I contrabbandieri sono molto circospetti. Ma lo sto accerchiando. Lo giuro sulla cosa più sacra
del nostro accordo.»
«Servi solo ad uccidere.»
Valentí si alzò alterato, guardando Elisenda.
«Tu mi hai voluto per questo lavoro, no?»
«Esatto, ma non per andare a strombazzare le cose ai quattro venti. Sarà la lingua a rovinarti.»
Valentí, che stava in piedi, fece qualche passo per togliersi di dosso il fastidio di avere quella
donna davanti, quella troia in possesso di tutti i suoi segreti; quella troia responsabile del suo
incredibile arricchimento, della mia fottuta felicità e della mia ansia del cazzo.
«Com'è che Fontelles sa...»
«È venuto da me indignato per l'ingiustizia che faccio a Manel Carmaniu.»
«Gli hai spiegato che cosa vuol dire confisca?»
«Io non gli devo spiegare niente. Sei tu che non devi parlare di queste cose.» Alzò
moderatamente il tono di voce: «Perché nessuno le deve sapere.»
«Esageri. So di un sacco di paesi dove... beh, dove si ridistribuiscono le ricchezze: adesso tocca
a noi, è il nostro momento.»
«È il tuo momento. Ma ricordati e non dimenticare mai che è sempre il mio momento e il
momento della mia famiglia. Sempre. Adesso, prima e tra cent'anni. Tu adesso limitati a mettere
ordine, che ti pago per questo. Ti ho detto mille volte che a pensare ci penso io.»
«Come se io fossi imbecille.»
«Domani andrò dal generale Yuste e gli parlerò di te.»
«La devo prendere come una minaccia?» finalmente immobile, davanti alla signora.
...che forse sarebbe conveniente che lei in persona potesse scambiare qualche parola con il
general Yuste per spiegargli l'infondatezza delle voci che cominceranno a correre sulla mia fottuta
persona; sulla mia persona e sulla mia presunta mancanza di patriottismo o anche su inventate azioni
tendenti al mio arricchimento personale, io che ho dato la vita per la gloriosa Sollevazione e il
glorioso Movimento. Questa campagna che avrà certamente inizio è orchestrata da oppositori,
individui invidiosi della mia adesione sin dal primo istante entusiastica e incon, e incondizionata al
Regime e al Caudillo e senza alcuna macchia di restrizione mentale. Cazzo.
Bibiana le aprì la porta. Vide subito che aveva pianto. Elisenda capì subito che Bibiana aveva
notato l'ombra delle sue lacrime. Sorrise e disse che non aveva fame, oggi non ceno. Bibiana rispose
benissimo signora e pensò attenta, Elisenda, tesoro, che il mondo è pieno di spine.
Che Dio; no: Dio protegga sua eccellenza per molti anni. In Torena de Pallars li ventei; venti;
26 settembre millenove; novecentoquarantaquattro, nono Anno Trionfale. Firmato e parafato dal
camerata Vale T rga S , sindaco di Tona e Capo Locale del Movimento. Viva Franco. Viva la
rivoluzione nazionalsindacalista. Arriba España.
49
La sega circolare faceva un rumore insidioso come un pungiglione e spargeva una polvere che
rendeva irrespirabile l'aria del laboratorio. Tina disse salve ma Jaume Serrallac, con la mascherina da
chirurgo, gli occhiali di protezione, i guanti sterilizzati e il rumore del bisturi elettrico, non la sentì e
continuò a ridurre il bordo sottile di una lapide con la scritta famiglia Gallec di Tìrvia. Tina aspettò che
la sega non avesse più pietra da mordere. In quel momento si fece silenzio. Serrallac si tolse la
mascherina e gli occhiali e si accorse della presenza di quella donna rotondetta delle fotografie
dell'altro giorno.
«Non mi dica che mi vuole commissionare un lavoro...»
«In un certo senso, sì.»
Serrallac si tolse i guanti da chirurgo e frugò sopra al banco da lavoro finché non trovò il
torturato pacchetto di sigarette. Ne prese una, l'accese, fissò lo sguardo azzurro su Tina e aspettò.
«Voglio trovare la figlia del maestro.»
«Di quale maestro?»
«Oriol Fontelles.»
«Ma allora è una mania.»
Serrallac la fece entrare nel piccolo ufficio, un posto accogliente e ordinato, con una stufa
accesa. Senza chiederle nulla, mise due bicchierini di plastica sulla scrivania e versò caffè da una
caraffa.
Non gli posso dire di no. Stanotte non dormirò.
«Lei ricorda la moglie del maestro?»
«No. In fin dei conti, io ero un bambino e loro... sono stati qui molto poco.»
«Lei, pochi mesi; Oriol, un anno abbondante.»
«Mi dà una sensazione sgradevole pensare a quell'uomo. E non era un cattivo maestro, sa?»
«Quell'uomo era un brav'uomo.»
Serrallac prese un sorso di caffè osservando il ricordo, che si guarda sempre in silenzio. E in
Oriol Fontelles non trovò né un brav'uomo né un uomo cattivo. Perciò interrogò Tina con gli occhi.
Lasciò che Tina gli raccontasse dell'esistenza di una lunga lettera che Fontelles aveva scritto a sua
figlia e che non aveva ancora trovato il suo destinatario. E che lei voleva far arrivare questo diario nelle
mani della figlia, per farle sapere che Oriol Fontelles non era un fascista ma un maquis pieno di paure e
di dubbi che si doveva travestire da falangista per essere più efficiente. Il tempo per Serrallac di finire
la sigaretta, e l'ultimo anno abbondante della vita di Oriol Fontelles era stato raccontato, come un
trattino tra due cifre sulla lapide della tomba.
«Com'è possibile che non l'abbia mai saputo nessuno?»
«Perché era un maquis efficiente. Nessuno lo doveva sapere.»
«E se si è inventato tutto?»
«Per quale motivo? Che cosa ci guadagnava? Se fosse stato davvero falangista, perché si
doveva inventare cose che l'avrebbero potuto danneggiare?»
«Per cambiare la storia. Non lo so, se io faccio un epitaffio che dice eroe della resistenza
maquis contro il fascismo e lo incido sulla sua tomba, ho cambiato la storia.»
«Sarebbe un primo passo.»
«Sì, ma io me lo sono inventato. Perché non credo a niente di quello che mi ha detto.»
Suonò il telefono e Serrallac rispose. Fu una telefonata fruttifera perché Tina venne a sapere che
chi si occupava dell'attività era la figlia di Serrallac, che la figlia si chiamava Amèlia e che lui, per non
annoiarsi a casa, adesso che era vedovo, faceva i lavori più delicati, trascinava i piedi per la maggior
parte dei cimiteri della zona osservando i progressi della concorrenza, calpestava vestiboli lastricati, ne
accarezzava il materiale, faceva congetture sulla provenienza della pietra e non poteva evitare di
dichiarare, come già aveva fatto suo padre, che le pietre di adesso non sono più come quelle di una
volta. Si occupava inoltre del trasporto del materiale con il camion nuovo che Amèlia aveva comprato
tre anni prima. Tina venne a sapere anche che Jaume Serrallac aveva un nipote di sette anni che si
chiamava Pere come il nonno. E che giocava a calcio. Con il numero quattro. Che domenica aspettava
il nonno per fargli vedere le fotografie della partita di scuola. Tre a due, sì. No, lui non ne aveva
segnato nessuno; ma nonno, gioco con il quattro. Magari potessi essere nonna dopo aver vissuto bene
con il tuo amore. Non potrò mai essere nonna perché Arnau me l'ha impedito facendo uso
dell'ineffabile scelta monastica invece di giocare con il quattro. Perché mai la vita ci riserva questi
bruschi cambiamenti così stupidi. In fondo al magazzino un operaio riempiva l'aria con dei forti colpi
di martellina su un blocco di pietra. Per qualche istante a Tina sembrò che l'uomo stesse scolpendo i
suoi pensieri e si sentì indifesa. Tornò sul suo argomento:
«Com'era come maestro?»
«Non ne ho un brutto ricordo. Doveva essere bravo. Dopo abbiamo avuto una donna orribile,
quella lì, non mi ricordo come si chiamava. Ma io ero già in seminario e non riuscì a farmi odiare la
scrittura.»
«Lei è stato in seminario? Alla Seu?»
«Sì. Mi ci ha mandato mio padre, che era anarchico.»
Tina si sentì solidale con il tagliapietre dagli occhi azzurri e fu sul punto di dirgli beh, io non
sono anarchica ma mio figlio mi ha convertito in madre di un monaco senza il mio permesso.
«C'è rimasto a lungo?»
«Mi sono innamorato.»
Tina pensò a Mireia, la ragazza di Lleida, che non aveva avuto abbastanza forza nel kuore per
vincere la partita con Dio e si era lasciata strappare Arnau dalle mani. Perciò non si accorse che lo
sguardo azzurro di quell'uomo si era disorientato per qualche secondo.
«Dell'altro caffè?»
«No, grazie.» Insonnia, rigirarsi nel letto, Jordi perché mi hai fatto questo, lei chi è, dimmelo.
«Senta, signora...» Serrallac fece un gesto per indicare che stava per puntualizzare.
«Mi chiamo Tina e mi puoi dare del tu. Se vuoi.»
«Tina. Non ci credo; Oriol Fontelles era uno schifoso fascista, in paese abbiamo sempre saputo
questo. Era pappa e ciccia con Targa, quello che chiamano il boia di Torena, figurati. E il maquis lo ha
ucciso in un'operazione di rappresaglia. Fine della storia. Lapide. Eccetera. Perché non mi fai vedere le
fotografie?»
«Quali?»
«Quelle che hai fatto al cimitero.» Serrallac fece un gesto vago che abbracciava tutto il
laboratorio: «Mi potrebbero servire per fare pubblicità, se sono belle.»
«Le mie fotografie sono sempre belle. Cosa sai della morte di Fontelles?»
Serrallac guardò il pacchetto di sigarette ma si trattenne. Giunse le mani:
«Dicono che la signora di casa Gravat sia una delle poche persone che hanno visto tutto. Vai a
trovare lei. Anche se forse neanche ti riceverà perché sta molto sulle sue, per lei tutto il paese puzza di
letame. Vuoi che ti dica un segreto?»
Adesso gli brillavano gli occhi; era chiaro che gli piaceva giocare. Si tolse il berretto e per la
prima volta Tina vide i suoi capelli abbondanti, bianchi, che in altri tempi dovevano essere stati biondi
come il grano.
«È proprio lei che lasciava sempre ben in ordine la tomba del maestro. Una volta al mese
visitava la cappella di famiglia, cambiava i fiori e cose del genere. Poi stava qualche minuto davanti
alla tomba di Oriol Fontelles. La donna più ricca dell'universo, e una volta al mese, anche se si trovava
in capo al mondo, veniva a cambiare i fiori al maestro, lei, con le sue stesse mani.»
«E adesso non più?»
«Da quando è diventata cieca, no. Lo fa fare a una domestica.»
«Tu hai avuto contatti con lei?»
«La signora Elisenda è vissuta sempre di spalle al resto del paese. Qui nel Pallars, in molti paesi
c'è una casa ricca che vive di spalle alla vita e a Torena ci è toccata casa Gravat. Con tutto il suo odio
per delle morti. E a me è toccato vivere proprio di fronte a casa Gravat.»
Tina taceva, perché voleva che l'uomo vuotasse il sacco illuminando quelle storie che si stavano
tramutando nella sua propria pelle, ma l'operaio del fondo aveva deciso altrimenti ed entrò nell'ufficio,
martellina in mano, chiedendo se le lastre di pietra sono per il comune di Esterri. In realtà, voleva
guardare da vicino quella donna che aveva un bell'aspetto.
«Tutte. Amèlia le vorrà vedere prima di caricarle.»
L'operaio osservò incuriosito l'ospite. No. Da vicino non vale molto. Troppo grassottella. Si
portò la mano al berretto con un gesto che a Tina ricordò quello del muratore marine e se ne tornò
nell'angolo delle lastre di pietra che lui già sapeva che erano per il comune di Esterri.
«Dove eravamo» Jaume Serrallac batteva con le dita sulla scrivania per cercare di ricordarsi.
«La signora Elisenda.»
«Sì. Una donna che dicono fosse amica di Franco sin da molto giovane. E che adesso è amica
del re. Sebbene sia cieca e non si muova da casa Gravat per nessun motivo. Dicono che ha proprietà...
No, come dicono? Che puoi camminare da Viella fino a Puigcerdà o fino a Lleida calpestando solo
proprietà della signora Elisenda Vilabrù. Pazzesco, eh?»
«Sì, questo l'ho sentito dire da molti.»
Serrallac finì il secondo caffè e buttò il bicchiere nel cestino.
«Non so che cosa dice il maestro in questa lettera; io, comunque, non ci credo.»
Tina sospirò, aprì la cartella e tirò fuori dei fogli dattilografati. Li lasciò sulla scrivania
dell'ufficio.
«È una parte delle lettere di Fontelles a sua figlia. A proposito, sai se il figlio dei Burés sta da
queste parti?»
«Paco? Mi sembra che stia in Bosnia o in uno di questi posti. È carne da oennegì.»
«Magari ce ne fossero di più.»
«Certo, perché no. È così diverso da quelli di casa Savina, tutti mezzi fascisti.» Riferendosi ai
fogli: «Vuoi che me li legga?»
«Se non hai problemi a cambiare i tuoi schemi, sì, per favore.»
«Perché ti interessa tanto? Non stavi facendo un libro di fotografie?»
Tina aprì la bocca, scrutò dentro la sua anima, congelò un timido sorriso e, senza guardare
Serrallac, disse che non sapeva ancora bene perché lo faceva, ma mi ripugna la menzogna e la gente
che approfitta delle menzogne. Mi piacerebbe che mi aiutassi a trovare la figlia di Fontelles. Ah, so
solo che si chiama Joan.
«Chi?»
«La figlia del maestro. Conosci qualche Joan?»
«Non hai detto che è una figlia?»
«Tu leggi e pensa a quanti Joan conosci.»
50
Per due o tre giorni, un paio di individui con impermeabile, faccia truce e sigaro sottile in bocca
presero nota di ciò che succedeva in paese passeggiando davanti a casa Ventura, a casa Misseret e a
casa Feliçò, ma soprattutto davanti a casa Maria del Nasi come se fossero convinti che Josep Mauri da
un momento all'altro sarebbe tornato a far visita alla famiglia e, già che c'era, a farsi ammazzare. Nel
frattempo, era arrivata la comunicazione ufficiale della nomina di don Pedro Cases Tribó (il Pere di
casa Majals) quale nuovo sindaco di Torena in sostituzione di don Valentín Targa Sau (il boia di
Torena) la cui tragica morte ha riempito di tristezza i nostri cuori. Nel frattempo si erano anche svolte
le commoventi esequie nella parrocchia, piena zeppa di sconosciuti a parte la signora Elisenda, la
Bàscones, i Burés, insomma, tutta la combriccola, e il resto del paese a casa, a guardare le pareti,
aspettando il momento in cui lo avessero seppellito per bene, aspettando che gli sconosciuti che
gridavano Vale T rga S , presente, viva la Falange Spagnola, viva la rivoluzione nazionalsindacalista,
viva Franco e anche arribaspaña si fossero dileguati da Torena per poter respirare tranquilli e, al
cimitero, una sepoltura piena di commozione perché l'insigne Claudio Asìn, l'ideologo favorito del
defunto Targa, la sua fonte, il suo nord, la sua comprensione del mondo, della vita, della Patria,
Claudio Asìn, presente, ebbe la straordinaria idea di dire visto che il camerata Targa è figlio del freddo
è logico che riposi in un cimitero castigato dal vento del nord seppure così ben curato come un giardino
biblico, viva Franco, arribas Paña. Con i fondi del comune era stata commissionata a Pere Serrallac
una lapide per l'eroe che fu sepolto a due metri scarsi dall'inseparabile amico falangista Fontelles, un
altro eroe, e a neanche un metro dalla sua vittima Joan Esplandiu, il Ventureta, che oltre a essersela
fatta sotto mentre lo uccidevano, doveva ancora avere la pallottola incastonata nell'occhio, come un
gioiello prezioso.
I brutti ceffi se ne andarono senza dare spiegazioni neanche al nuovo sindaco e dando per
concluse le indagini sullo sciagurato incidente dello sfortunato camerata sindacale don Valentín Targa
Sau e dando per buona e ufficiale la sua morte per incidente. Ma la Storia non tiene conto del fatto che
gli eroi sono anche padri, e il tenente Marcò, una volta consumata la vendetta che lo teneva in vita, non
tornò in Francia senza voltarsi indietro, come avrebbero dovuto fare la moglie di Lot e Orfeo, ma si
addentrò nell'inferno della rabbia ed aspettò nel bosco, non in cerca dell'amata Euridice né dell'olivo e
della vite rigogliosa e degli anni felici a Sodoma, ma perché non voleva perdersi il funerale del suo
nemico né le grida di dolore della sua famiglia di Altron, che non assistette al funerale, o dei suoi
camerati impomatati. Dal rovere del Fanal, arrossato dal freddo dell'autunno, arrampicato a metà
chioma, fu presente all'affollatissimo funerale, pieno di uomini in uniforme della falange, senza alcun
militare, con i sindaci di Sort, Rialb, Tìrvia e Llavorsì e con qualche fanfarone della Seu o di Tremp,
guarda, i Burés di casa Savina, quelli di casa Narcìs, Felip di casa Birulés, certo. E i Majals. E la
Bàscones, quella dei tabacchi. Ma non sentì nessun grido di dolore. Fatto sta che il tenente Marcò non
si ritenne soddisfatto. E quando Pere Serrallac chiuse la porta del cimitero, nella tarda mattinata,
quando si cominciavano già a sentire odori invitanti che provenivano dal paese, Ventura scese
dall'albero, saltò il muro di cinta, baciò la lapide di suo figlio là dove c'era scritto Famiglia Esplandiu,
si dispiacque per la ruggine della sua croce di ferro, guardò verso la tomba di Fontelles, fece una
smorfia di timido dispiacere, o forse di scusa, gli disse salve Eliot, amico, si avvicinò all'altra tomba,
tirò fuori una mazza che aveva nascosto nei pantaloni e cominciò a colpire la lapide appena collocata
da Serrallac, su cui, a partire da questo momento, si poteva leggere EC . O ON VALE T RGA S
(Altron, 1902-To na, 1953) Sin o e Capo ale del Mov ent d orena La tria, ricon ente. E fece a pezzi il
giogo e le frecce. Mentre eseguiva queste correzioni, pensava che gli sarebbe piaciuto che sulla lapide
ci fosse scritto che il grande bastardo era morto a cinquantun anni, spaventatissimo perché, con tante
morti sulle spalle e tanti odi seminati generosamente lungo la strada, aveva potuto conoscere la voce e
gli occhi della Vecchia con la Falce prima che arrivasse, e così sia. Colpì ancora con la mazza sopra
Altron, che si ridusse a A t on, e voleva colpire ancora perché l'euforia lo faceva parlare con suo figlio
per dirgli, come in una preghiera, figlio del mio dolore, l'ho ucciso, e mi ha aiutato tua madre, e lui sa
che è morto per te, figlio mio, perdonami di non essere arrivato in tempo, Joanet, ma ero molto lontano.
Adesso è finita, puoi dormire in pace, figlio. E fammici dormire anche a me. E a tua madre. E alle tue
sorelle. Inseculo culorum. Ti voglio bene, Joanet.
Quando ebbe terminato la santa profanazione, dichiarò con un carbone che il posto dei fascisti
doveva essere sempre sottoterra. Sulla tomba di Oriol scrisse Eliot mentre informava Oriol che non è
possibile che ti tengano così, oggi stesso dirò a mia moglie tutto quello che hai fatto per noi, amico
mio; ci sono ancora tante cose da sistemare. Io che cosa posso fare, povero me, sempre nascosto tra le
montagne; gli unici nomi fedeli che sempre mi circondano sono nomi di torri, colli, vette, poggi, rilievi,
pale, cime e monti; questo è sempre stato il mio mondo, prima come garzone, poi come pastore,
portando al pascolo le mucche su per i pendii, e poi come contrabbandiere, trasportando la merce per il
passo di Salau o per il Port Negre o dove fosse necessario, e ancora più tardi, a malincuore, come
guerrigliero, mostrando sentieri, angoli e segreti ai compagni di lotta come te, maestro coraggioso, ed
eccomi che vivo da tempo imboscato, con il cuore pieno di spine, cercando l'opportunità di vendicarmi
per una sola delle tante morti che ho conosciuto. So che vendette più vaste non mi appartengono più.
Da oggi potrò finalmente dormire tranquillo, amico. Me l'ha detto il Ventureta.
Non ebbe il tempo di staccare il giogo e le frecce dalla tomba perché la porta del cimitero si aprì
all'improvviso con un gemito e sbatté collerica contro il muro. Il tipo dai baffi sottili, quello con i
capelli ricci e altri due uomini entrarono nel sacro recinto facendo il gesto di estrarre le pistole. Il
tenente Marcò, con i riflessi da fiera selvaggia, gli lanciò contro la mazza e gli bastò quell'attimo di
distrazione che aveva provocato per saltare e addentrarsi tra gli alberi dove sapeva di avere sufficiente
abilità per tramutarsi, se necessario, in un sasso. Tre spari in aria perché non gli si potesse dire niente e
avviso alla guardia civil perché si addentrasse a pattugliare le montagne, perché uno sconosciuto
incappucciato con una specie di passamontagna che gli copriva il volto ha appena profanato la
benedetta tomba del camerata Vale T ga S , il sindaco di To na recentemente trapassato. Ma se
l'avevano appena sepolto. Eh, sì, eppure.
La pattuglia della guardia civil, guidata da Balansó, il tipo dai baffi sottili, quello che più si era
dispiaciuto per la morte di Valentí, perlustrò la zona con tenacia. All'ora in cui i contorni delle cose
diventano indefiniti e gli odori freschi della notte cominciano a venir fuori, spararono contro qualcosa
che si muoveva dalla parte del Tossal. Ma non osarono avanzare, perché avevano paura di scivolare per
quei pendii sassosi. Comunque, qualcosa avevano preso, quindi in qualità di caporale e capo della
pattuglia distaccata all'inseguimento dell'alienato sacrilego, ho ordinato il ritorno alla base e ho deciso
che domani ci recheremo sul luogo in cui sono stati effettuati gli spari, ad accertare la veridicità delle
nostre supposizioni. Al distaccamento di To na annesso a Rialb, li quindici febbraio
millenovecentocinquantatré. Firmato Fernando Ulloa, caporale.
«Che vuol dire alienato?»
«Non lo so. Ma piace molto ai superiori.»
«Credo che voglia dire bastardo o qualcosa del genere» Balansó, con aria da accademico.
Balansó, il giorno dopo, disse che aveva moltissimo lavoro e lasciò che quei due della guardia
civil salissero da soli un'altra volta a quota millesettecento a constatare che quel qualcosa che si
muoveva non c'era, ma che al suo posto c'era una generosa scia di sangue, particolare che portava a
pensare che o a, avevano preso l'alienato, o b, avevano preso una bestia selvaggia non controllata dalle
forze dell'ordine.
«O c, un'altra persona. Innocente, insomma.»
«Cazzo, non mi dire.»
«Hai sparato senza neanche pensarci. Senza neanche dare l'alt.»
«Ho compiuto il mio dovere e non intendo ritoccare questo rapporto.»
«E io non te lo chiedo, ma mi devi un favore.»
Aveva perso così tanto sangue che era più pallido della neve che si stava ritirando dal
paesaggio. Con uno sforzo titanico aprì gli occhi e vide sua figlia Célia che piangeva sulla sua faccia, in
silenzio, come ai tempi della guerra, e il rumore di qualcuno che trafficava lì vicino, poi, da molto
lontano, la voce dolce di Célia o di Rosa che diceva mamma, si è svegliato. Quindi sua moglie, le mani
sporche di sangue, prendendo lo straccio che faceva da tappo alla ferita gli disse Joan, ti devo portare
dal dottore, io non so bene cosa fare, e lui disse di no con la testa, perché la voce non poteva uscire da
quelle labbra esangui.
«Ma così morirai. Neanche un sorso d'acqua della fonte di sant'Ambrogio ti potrebbe salvare.»
Allora Joan Esplandiu di casa Ventura di Torena, nato a casa Tomàs di Altron, ex eroe del
maquis che aveva reso famoso e temuto il nome del tenente Marcò, disse toglimi tu il proiettile, con il
coltello per sbucciare le patate, quello con il manico blu, e la prima cosa che a lei venne in mente fu ne
hai passate di notti fuori casa, Joan, per non sapere che quel coltello si è rotto da tempo, e disse no, io
non lo so fare. E lui, è solo un proiettile nel ventre. Se lo togli...
Ma la Ventura non sapeva come frugare in quella ferita. Il proiettile si era nascosto in
profondità e lei non sapeva che non esiste morte più lenta e dolorosa di quella di chi ha un proiettile nel
ventre. Lei sapeva solo che meno di mezz'ora prima, quando si era fatto buio e la pentola era già sul
fuoco, avevano sentito l'imposta della finestra che si muoveva e lei l'aveva aperta ansiosa, pensando
Joan è tornato come aveva promesso alle ragazze, ma senza avvisare, senza chiedere permesso alla mia
vita e solo due giorni dopo essere andato via. E in effetti era tornato senza avvisare, senza chiedere
permesso alla sua vita, solo due giorni dopo, ma anche con un proiettile nel ventre, poco sangue nelle
vene, pallido come uno spettro e con il fiato della morte sul collo.
«Oh, mio Dio. Che faccio?»
«Mettimi steso.»
«Eri tu, quello del cimitero.»
«Cerca di fermare il sangue. Fai vedere la ferita a Manel.»
E svenne. Célia e Rosa si misero a piangere; troppo sconforto per delle creature sole.
«Vai a chiamare tuo zio. Corri!» disse la madre alla più grande.
Ma neanche Manel Carmaniu, che aveva aiutato più di venti mucche a partorire, poteva fare
niente. Quando decisero che, morire per morire, era meglio che lo vedesse un dottore per non farlo
morire come un cane, Ventura, testardo fino alla morte, morì per evitarlo.
Alle cinque del mattino il corpo del tenente Marcò cominciava a raffreddarsi. La Ventura
piangeva a capo chino mentre le figlie, addormentatesi per la pena, la testa appoggiata sul suo grembo,
sognavano tutte le infelicità del mondo, quando Manel Carmaniu appoggiò la mano sulla nuca di sua
cugina e le disse Ventura, Joan è morto e dobbiamo avvisare. Non so chi, ma dobbiamo avvisare
qualcuno.
«Qui non si avvisa nessuno.» La Ventura aveva alzato la testa e all'improvviso era diventata la
Ventura forte.
«Ma... Joan è morto... Non gli possono più fare del male.»
«Tu sai perché lo cercavano?»
«Per tutto. Ma non gli possono più fare del male.» Manel guardò il cugino steso sul letto. «Era
lui, quello del cimitero?...»
La Ventura annuì. E dal fondo della paura disse ma mi sa che non lo inseguivano per quello.
«Sì, lo sappiamo, tutti loro vorrebbero che Joan marcisse in prigione.»
«No, no: lo cercavano per... Per un'altra cosa.»
«Quale?»
«È meglio che tu non lo sappia.»
«Sono tuo cugino.»
«Lui ed io abbiamo ammazzato Valentí Targa.»
«Oh, mio Dio.»
«Dio non esiste. Dopo nove anni abbiamo potuto ammazzare Targa.»
«Oh, mio Dio.»
Il panico di Manel Carmaniu lo fece arrivare a nove palmi di profondità. Lui e la Ventura
avevano scavato per tutta l'alba, con le lacrime che gli offuscavano gli occhi, finché lei era caduta
sfinita, le mani aperte in una sola e immensa piaga, e Manel aveva continuato a scavare finché era
arrivato a nove palmi di terra, perché né un cane, né un topo, né un fascista potessero mai immaginare
che Joan Ventura, noto come tenente Marcò, perseguitato dai franchisti, condannato a morte in
contumacia, odiato dalla combriccola dei fascisti del paese, era morto di un proiettile vagante nel
ventre e riposava nel cortile di casa, senza lapide, senza nome per terra che le stelle potessero leggere
nelle notti serene e gelate d'inverno. Riposava sotto al luogo in cui tenevano il carro, accanto alla tettoia
a cui appendevano i finimenti, e così come in vita si era sempre allontanato da casa per lottare per i
sogni, adesso la Ventura lo avrebbe avuto vicino per sempre, fermo, freddo, ma vicino, a riposare. E
nella memoria di tutti sarebbe stato sempre vivo, forte, ribelle e misterioso.
Quando ebbero coperto la fossa, i due cugini si giurarono di non dire niente a nessuno e la
Ventura non lo disse neanche alle figlie, che in quelle ore stavano dormendo stremate per tutto ciò che
era successo. O forse non stavano dormendo, perché il giorno dopo la Ventura vide Célia che, senza
dire niente e pensando che nessuno la vedesse, prendeva Rosa per il braccio e la portava nel cortile;
qui, senza dire una parola, attaccò una croce fatta con foglie di palma sul muro accanto alla tettoia,
sopra la tomba. E la Ventura, che non credeva più in Dio, non toccò quella croce perché l'avevano
messa lì le sue figlie, le uniche persone che le rimanevano nella vita. Madre e figlie non ne avevano
mai più parlato, neanche dopo la morte ingiusta di Rosa, fino al giorno in cui quella stupida maestra,
grassoccia e impicciona, con una macchina fotografica in mano, gli aveva chiesto e Ventura, quando
tornò per la terza volta?
Se Pere Serrallac l'avesse saputo, avrebbe trascinato suo figlio per la spalla in mezzo al cortile
di casa Ventura, si sarebbe tolto il mozzicone eterno dalla bocca, avrebbe sputato da un lato una
briciola di tabacco e avrebbe detto ascolta bene, Jaumet, e imprimitelo nella memoria come sai incidere
sulla pietra. Imprimiti nella memoria che nel cortile di casa Ventura, accanto al muro di confine con il
cortile di casa Maria del Nasi, sotto nove palmi di terra, là dove Manel Carmaniu lascia il carro di sua
cugina quando torna dal campo, indicato da una croce di palma marcia e delebile, riposa l'ex
contrabbandiere, il guerrigliero ribelle che si muoveva da solo innervosendo lo stato maggiore
dell'UNE, ma che era di un'efficacia terribile sia per la temerarietà che per la conoscenza esaustiva del
territorio. Il suo nome di guerra, per la storia che non si scriverà mai, Jaumet, è tenente Marcò. Il suo
nome di famiglia, Joan Esplandiu i Rella, di casa Tomàs di Altron, sposato con Glòria Carmaniu, la più
grande di casa Ventura di Torena, che gli ha passato il nome e per questo molti lo chiamano Joan
Ventura: è il padre di Joan Ventureta, di Célia e Rosa Venturetes, ed è riuscito a fare da padre e da
marito solo nel modo più scomodo che potesse immaginare. Che ti serva da esempio di quello che non
devi fare se un giorno ti sposi, figlio. Probabilmente non aveva alternative. Lo potremmo capire in
parte solo se sapessimo che cosa è successo il trentun dicembre millenovecentoventiquattro, quando,
caposquadra a soli ventun anni, dopo aver scaricato la merce nel nascondiglio della capanna di Menaurì
e dopo aver fatto sparpagliare la squadra esausta da due giorni di marcia sostenuta, di ritorno a casa,
lungo la riva del Pamano, sotto l'oscurità di Bernui, vide, vicino agli alveari di Ravell, dove alcuni
dicevano che tanto tanto tempo prima c'erano state le mura del castello di Malavella, una lucciola che
era la brace di una sigaretta. Valentí Targa di casa Roia lo stava aspettando e gli disse, con la sua voce
tranquilla da baritono, vorrei sapere da dove cazzo vieni.
Ma Pere Serrallac non lo seppe mai, per cui non potè mai pronunciare queste istruttive parole a
suo figlio Jaume.
«Che vuoi?»
Targa, al chiarore incerto di un fiammifero che aveva acceso, gli mostrò la campanella rossa di
metallo che Joan Esplandiu portava sempre attaccata alla camicia dal giorno in cui una ragazza di
Torena, con la voce profonda e gli occhi che se li guardi fisso puoi morire, gliel'aveva regalata dopo
avergli detto va bene, puoi venire a corteggiarmi. L'hai persa alle capanne di Palanca, disse Targa; di
modo che sei uno dei volticoperti; di modo che Caregue mi ha fottuto per colpa tua; di modo che
adesso ti ammazzo, bastardo figlio di puttana. La lama del coltello non brillò perché la luna vergognosa
si era coperta di nuvole, ma si conficcò fino al manico nella pancia di Joan Esplandiu. Targa non attese
la fine del terzo giorno per abbandonare Altron, la famiglia, il paesaggio e il mormorio del Pamano, e
sistemarsi, con i suoi ventun anni, in una Barcellona sconvolta dai cadaveri con cui industriali e operai
schizzavano le strade; non ebbe tempo per i rimpianti perché trovò subito lavoro. Joan Esplandiu,
contro ogni pronostico, non morì per l'aggressione; rimase a letto due mesi per quella strana ferita
causata dal corno di un montone e, una volta guarito, prima di tornare a Torena a corteggiare Glòria,
scese a Sort a farsi fare un'altra campanella rossa dal venditore di chincaglieria perché Glòria di casa
Ventura non ne potesse notare la mancanza.
51
Normalmente per lei andare a Barcellona non era un sacrificio, nonostante le tre ore abbondanti
di macchina. Ma oggi avrebbe preferito un altro motivo per fare il viaggio. Ricevimento del re senza re,
con molte possibilità di trovarci quella troia di Mamen, attaccata a un bicchiere di whisky, che le
sarebbe venuta incontro facendo il gesto di abbracciarla, volente o nolente, con la testa inclinata, una
smorfia di tenerezza sulle labbra, le braccia protese in avanti, il whisky che si agita pericolosamente nel
bicchiere. Non le avrebbe detto oh, Elisenda, ho sofferto e pianto molto in questi quattro anni in cui
non ci siamo viste e ti chiedo scusa per essermi scopata il tuo Quique. No, Mamen Vélez de Tena
l'avrebbe trattata come se l'avesse vista il giorno prima. Le si sarebbe avvicinata come un rullo
compressore, le avrebbe stampato due baci di Giuda sulle guance e le avrebbe detto che bello avere un
re, non trovi, Eli?
Lo aveva saputo un mese prima dalla telefonata di Ricardo Tena, il marito di Mamen Vélez,
così tanto disinformato in questione di corna quanto informato su tutto ciò che aveva a che vedere con
il regime barcollante, è appena morto e io sono molto triste perché lui ha segnato tutta la mia vita.
«È morto, Elisenda» le aveva detto.
«Chi è morto?»
«Il Caudillo. Sono triste.»
«Dov'è Mamen?»
«Non lo so, non l'ho trovata a casa.»
A scoparsi gli amanti delle amiche, è.
«È sicura la notizia?»
«Di prima mano. Ero al Circolo e là... Beh, c'è gente che ha contatti diretti con il Pardo. Tu non
lo sapevi ancora?»
«No.»
«Ho paura di quello che potrà succedere.»
Dovresti avere paura di tua moglie. Ma del paese no. È addormentato.
«E che vuoi che succeda?»
«Che ne so. La rivoluzione. Vendette. Che la gente si riversi per strada.»
«No, niente. Stai tranquillo.»
«Tu credi che debba ritirare i soldi?»
«Quello che non avresti dovuto fare è averli ancora qui.» Adesso Elisenda aveva adottato il tono
freddo adatto al tema della conversazione.
«E che ne sapevo, io!»
«Franco non è eterno.»
«Il Caudillo non è eterno, ma il regime sì.»
«E un re, allora?»
«È una decisione del Caudillo.»
Lei non aveva alcun motivo per assicurargli che, con la morte del dittatore, la vita di coloro che
lo avevano appoggiato non sarebbe cambiata. Lei che ne sapeva. Più per intuizione che per un freddo
calcolo, passo a passo, favore a favore, si era distanziata dai governatori civili e dai ministri falangisti
ed era atterrata, quale simpatizzante di sempre, nell'area dei ministri dell'Opus.
«Ma qualcosa cambierà, Ricardo.»
«So che tu hai contatti e...»
Ma che pensa la gente, che io pranzavo con Franco ogni settimana?
«No, niente. L'unica cosa che ti posso dire è di stare tranquillo: il governo ha tutto sotto
controllo.»
Mentre riattaccava, la signora Elisenda Vilabrù dovette sentire un rumore funesto. Sebbene a
fine novembre le finestre fossero chiuse, sentì nitido, perturbatore, provocatore, irriverente, ma
soprattutto inquietante, il rumore inequivocabile del tappo di una bottiglia di champagne.
A casa Feliçò festeggiavano la morte di Franco. Anche loro avevano dei buoni contatti.
Il giorno successivo, dopo aver visto la prima pagina del giornale sul bancone di casa Marés,
jaume Serrallac disse finalmente Franco è morto, oh, mio Dio, mi ubriacherò con lo champagne. E
guardò in direzione di casa Gravat con occhi diversi. Quindi andò al laboratorio con la bottiglia di
champagne che aveva comprato a casa Marés, prima che suo padre, che da anni non entrava nel locale,
gli andasse a ricordare il debito che avevano con la famiglia Ventura. Stappò la bottiglia, si rallegrò del
rumore, prese il disegno che riposava rivolto verso la parete e cominciò a incidere il ricordo che il
Ventureta si meritava, con la croce di gamma alta e gli extra, e con il calco di Manel Lluìs. E con tanta
paura, perché non sapeva come sarebbero andate le cose a partire da quel novembre di speranza.
Quando ebbe finito, chiamò la moglie e la figlia, gli mostrò la nuova lapide e tutti e tre brindarono alla
fine della bestia e ai nuovi giorni di cielo più blu anche con la pioggia.
Quella notte, dopo la telefonata di Ricardo Tena, Elisenda Vilabrù aveva sognato le vendette dei
Feliçò, dei Ventura, dei Mauri di casa Maria e il pop delle bottiglie di champagne aperte dalla gente che
recuperava la speranza. Si era ritrovata a brindare con sconosciuti e a partecipare della loro gioia con
assoluta naturalità. Il futuro è il futuro, diceva a se stessa nel sogno. Un mese dopo, quando le
insinuarono che sarebbe stato meglio che assistesse al ricevimento al Capitanato, il cielo di Torena
piangeva, pieno di incertezze, e Ciò aveva lasciato la corrispondenza sul carrello della colazione che
aveva portato nella stanza da pranzo. Senza avere ancora assaggiato il tè, la signora Elisenda si mise ad
aprire la corrispondenza, con quella sorta di pazienza impaziente che mostrava per le cose inevitabili.
Tredici lettere di banche, due prevedibili inviti a cerimonie, una cartolina di Marcel da Stoccolma, la
città è molto bella, la riunione si farà domani e non oggi, sembrano interessati alla proposta, e una
strana busta che le mise subito una brutta pulce nell'orecchio. Di dimensioni normali, di un colore
leggermente grigiastro, con timbro postale di Sort e senza mittente. La prese e la posò di nuovo sul
carrello. Si servì del tè e prese il tagliacarte. Anche il foglio che era dentro, piegato in tre, era
grigiastro, della stessa carta della busta. Scritto a matita, a stampatello.
ELISENDA GRANDE TROIA IL NOSTRO GRUPPO SA COME È MORTO TRENTANNI
FA IL SIGNOR ORIOL FONTELLES SAPPIAMO TUTTO ED ESIGIAMO VENTI MILIONI PER
NON RACCONTARLO AI GIORNALI NÉ AL POSTULATORE DELLA CAUSA DI
BEATIFICAZIONE NÉ ALLA POLIZIA NÉ AI FAMILIARI DELLA VITTIMA SE TRA DUE
GIORNI NON RICEVIAMO I VENTI MILIONI SI INDAGHERÀ SU TUTTA LA STORIA LA
POLIZIA SAPRÀ TUTTO RENDEREMO PUBBLICA ANCHE L'ORIGINE DI COLUI CHE FAI
PASSARE PER TUO FIGLIO MARCEL VILABRU IL NOSTRO SILENZIO VALE VENTI
MILIONI UNO CHE NON L'HA FATTO È MORTO PER NON AVERCI DATO RETTA SPERO
CHE TU ABBIA IMPARATO LA LEZIONE E CHE ALLE TRE DI NOTTE CI LASCI I VENTI
MILIONI IN BIGLIETTI DA MILLE E DA CINQUECENTO SULLA CARRETERA DE
L'ARRABASSADA CHILOMETRO TRE E TRECENTO DOMANI NOTTE ALLE TRE DI NOTTE
GRANDE TROIA SIGNORA GRUPPO DI AZIONE RIVOLUZIONARIA (GAR) NOTA DOMANI
MATTINA RICEVERAI ALTRE ISTRUZIONI SE AVVISI LA POLIZIA VI CASTRIAMO TUTTI
(GAR)
Il foglio tremava nelle mani dell'avvocato Gasull.
«Hai detto che ve l'hanno lasciato nella cassetta delle lettere a casa...»
«Sì.»
«E che è questa storia di raccontare la morte di Fontelles?»
«Non ne ho idea.»
Gasull guardò la nuca dell'autista calvo attraverso il vetro di protezione. Si girò verso Elisenda e
osservò il suo viso. Non sapeva se dirlo o starsi zitto. Lo disse a bassa voce:
«Vuoi che avvisiamo la polizia?»
Notò che Elisenda tratteneva il respiro per quattro, sei secondi e poi rispondeva con tutto il
controllo di cui era capace dicendo no, mi sembra una cosa ridicola...
«E allora perché me l'hai fatto vedere?»
«Per prudenza. Perché tu...»
«D'accordo. Vuoi sapere la mia opinione?»
L'auto avanzava maestosa per il Carrer de Fontanella, esattamente là dove l'amato Oriol aveva
iniziato a seguire Valentí, trentun anni prima per forargli la nuca. Poco dopo girò su Via Laietana,
proseguendo verso il porto. L'avvocato brandì la busta grigiastra e poi la lasciò sul tavolino.
«Non gli dare retta. Sarà solo qualcuno che ha voglia di spaventarti.»
Tacquero per un bel po'. Gasull guardò fuori dal finestrino. Quando a Barcellona pioveva i
semafori si dimettevano e il traffico diventava denso. Prese il foglio e lo rilesse.
«Mi chiedo perché questa storia della morte di Fontelles» disse pensieroso «può essere una
minaccia. O l'origine di Marcel.»
«Chiunque abbia interesse a informarsi può sapere che Marcel è adottato. Ma perché mi devono
minacciare con questo? È forse un delitto adottare un bambino?»
«E della morte di Fontelles?»
«Io sono l'unica persona viva che ha visto tutto. Quindi so che cosa è successo e non capisco la
minaccia.»
Rimasero qualche istante in silenzio, Gasull aspettava che l'altra si lasciasse andare sul terreno
delle confidenze. Ma Elisenda guardava fuori dal finestrino il paesaggio picchiettato dalle goccioline
sul vetro.
«Mandaci Gómez Pié. All'ora che dice qui.»
«Domani notte.»
«Vediamo se trova qualcosa che ci può interessare. Io tornerò a Torena nel caso arrivassero
altre istruzioni di questi pazzi.»
«Avvertiamo la polizia.»
«Va bene, vediamo di capirci: se avverti la polizia, ti licenzio.» Si appoggiò al comodo sedile e
tacque.
«Ci saranno degli amici al ricevimento?» disse Gasull per cambiare discorso.
«Sarò circondata da amici monarchici da sempre, come me.» Chiuse gli occhi: «Adesso mi
devo concentrare.»
Gasull la guardò senza sapere se sorridere o assumere un'espressione seria. Lei, a occhi chiusi,
non gli diede alcuna pista e lui non osò chiedere chiarimenti. In fondo, era così splendida Elisenda, quel
pomeriggio piovoso di dicembre, mentre si dirigeva al Capitanato Generale.
Il ricevimento fu noioso e strano. Siccome il re appena salito al trono non aveva attitudine al
miracolo e non poteva trovarsi contemporaneamente a tutti i ricevimenti che davano in suo onore tutte
le regioni militari, gli invitati dovettero assistere alla scena dei militari presenti che salutavano
virilmente un Telefunken da ventidue pollici in cui si poteva vedere l'immagine del re e sentire il suo
breve discorso. E poi strette di mano, riverenze, sorrisi, occhiate di sbieco di qualcuno che diceva è la
Vilabrù, quella della Brusports, sì, la supermilionaria, sì, e Mamen che le veniva incontro dall'altra
parte della sala, attaccata a un bicchiere di whisky, facendo il gesto di abbracciarla, volente o nolente,
con la testa inclinata, una smorfia di tenerezza sulle labbra, le braccia protese in avanti, il whisky che si
agitava pericolosamente nel bicchiere e che, quando era ormai vicino a lei, esclamò che bello avere un
re, non trovi, Eli? Lei non fu aggressiva né le ricordò Quique; si limitò a sorridere e a pensare alla
lettera che diceva Elisenda Grande Troia.
Il giorno dopo, all'ora di colazione, la spremuta d'arancia era uguale, il pane tostato e il tè anche,
e persino Ciò era uguale. Dal mucchio della corrispondenza, Elisenda mise in disparte una busta che le
era molto familiare. Questa volta non era grigiastra, ma sul verde. Il timbro postale era sempre di Sort e
sul foglio verdino contenuto nella busta c'era scritto, con gli stessi caratteri IO SONO QUELLO DI
IERI QUESTA NOTTE I VENTI MILIONI RICORDATENE E SE AVVISI LA POLIZIA FARÒ
AMMAZZARE I TUOI NIPOTI E RACCONTERÒ PER FILO E PER SEGNO AL MONDO
INTERO TUTTO QUELLO CHE HAI FATTO CON IL MAESTRO FONTELLES E CON I TUOI
ALTRI AMANTI CHE SONO VALENTI TARGA UN ASSASSINO SINDACO FALANGISTA
JACINTO MAS AUTISTA GRANDE SCOPATORE L'AVVOCATO ROMÀ GASULL E
QUELL'ERRORE DI PERSONA CHE SI CHIAMA QUIQUE ESTEVE PER CUI DECIDI TU
GRANDE TROIA E DI SICURO CHE CE NE SONO ALTRI PERCHÉ HAI UNA FICA CHE
SUCCHIA SENZA SOSTA GRUPPO DI AZIONE RIVOLUZIONARIA CASTRISTA (GARC)
Elisenda ripiegò il foglio e nascose per bene la busta perché non aveva intenzione di mostrare a Gasull
la falsa lista dei suoi amanti. Garc. Questo richiedeva una soluzione difficile. Fai sempre tutto ciò che
devi fare se ritieni di doverlo fare. Per il bene di tutti.
«Per quanto male possano andarti le cose, nessuno di casa Ventura dovrà pagare un soldo per la
pietra che gli farai. Verrà un giorno in cui il cielo sarà più azzurro, Jaumet, e non sarà più peccato
incidere il nome vero delle persone sulle pietre.»
«Nonno ha detto questo?»
«Sì. Attenta, Amèlia, figlia mia. Dai, che la lascio qui sopra.»
«Che animale quel sindaco, no?»
«Jaume, sei sicuro che non diranno niente se cambi la...»
«E che mi possono fare? Fucilarmi? Franco è morto ormai da ventiquattro ore.»
«Forse è meglio che ti consulti con la Ventura.»
«I regali, per essere belli, devono essere una sorpresa.»
«Papà, e chi è Rosa Esplandiu?»
«Una sorella del Ventureta.»
«Aveva il cuore limpido e grande come il Montsent. Chi ti ha chiesto questo epitaffio così
bello?»
Jaume Serrallac passò amorosamente la mano ruvida sulla lapide liscia come se volesse
preservarla da ogni granello di polvere.
«È stata la prima fidanzata di tuo padre» Serrallac sentì dire a sua moglie.
Sesta parte
La memoria delle pietre
Non si sa mai quando avrà fine la disgrazia.
BIBIANA DI CASA MOROS DI BAIASCA
Esattamente, è uno stato patologico della sostanza viva (organo, tessuto o cellula) manifestatosi
per modificazioni della struttura morfologica, fisica o chimica. Nel mio caso era una degenerazione
epatocerebrale acquisita detta di Woerkam-Stadler-Adams dal nome di tre miei colleghi che l'hanno
studiata. E nello specifico è un quadro anatomo-clinico non congenito né familiare, ma acquisito, di
tipo neuropsichico, molto simile a quello del morbo di Wilson, osservato in pazienti che soffrono di
affezioni epatiche croniche.
«Accidenti.»
«Sì. E il dottor colonnello Celio Villalón Cañete de Hìjar e il dottor José Puig Costa hanno
confermato che tale degenerazione epatocerebrale acquisita di Woerkam-Stadler-Adams si era
attenuata ed era completamente scomparsa in modo medicalmente inesplicabile dopo che la malata,
cioè la sottoscritta, aveva implorato il Venerabile José Oriol Fontelles perché intercedesse presso
l'Altissimo con una preghiera che mi ero inventata e che è quella di questo santino, tenga, sì, e anche
lei, era bello, eh, e che dice o Dio, che con la tua misericordia accogli le anime delle tue creature
quando arriva la loro ora, concedimi la grazia [qui citare il favore richiesto] per intercessione espressa
del venerabile martire José O punto Fontelles che vive con te nel Regno dei Beati. Amen. Poi si
consiglia di pregare dieci avemaria e la grazia implorata vi sarà concessa. Non-fal-li-sce-mai. Mai.»
«Signorina Bàscones.»
«Sto parlando con questa signora.»
«Ecco, appunto: stia zitta.»
«Senta, don Rella: le sto spiegando l'importanza che ho nel processo per la beatificazione di...»
«Va bene, ma adesso stia zitta, che ci stanno richiamando all'ordine.»
«Ma che ne sanno loro.»
Uno di quei sicari con rocchetto e capelli corti si avvicinò all'angolo dove Cecilia Bàscones
distribuiva santini che, oltre alla preghiera, avevano, dall'altra parte, l'unica fotografia esistente di
Oriol, con l'uniforme falangista sfumata in laboratorio. Tre signore e due signori baciarono
devotamente l'immagine dell'appena nominato beato della Chiesa e la misero da parte insieme al foglio
che chiedeva, no, esigeva, l'immediata canonizzazione del generale Franco, tutti magnifici ricordi di
questa indimenticabile festa. Don Rella distolse l'attenzione del tipo con il rocchetto con un gesto che
voleva dire ho tutto sotto controllo, sa, le emozioni della cerimonia e cose del genere.
«E questo quando è successo, signora?»
«Allora guardi, se io adesso ho ottantasei anni...»
«No.»
«Proprio così.»
«Non l'avrei mai detto. Ne dimostra, non so...»
«E invece, sì. Allora ne avevo quarantuno. Avevano da pochissimo proclamato venerabile il
nostro beato José.»
«Beato Oriol.»
«No. Beato José. Al massimo, beato José O punto.»
«Beato Oriol Fontelles.»
«Chi lo saprà meglio, se la vittima del miracolo sono stata io?»
«Signorina Cecilia Bàscones, signore, fatemi il favore di stare zitte.»
«La signora Elisenda può stare a parlare con il Santo Padre e nessuno le dice niente. Io dico
quattro cose e mi arriva lo scappellotto.» A voce più bassa: «Don Rella è invidioso di me. Bisogna dire
le cose come stanno.»
«Dicono che la signora Elisenda abbia pagato personalmente tutto il processo di
beatificazione.»
«È ricca. Fa benissimo, se se lo può permettere. È piena zeppa di soldi, questa signora.»
«La conosce?»
«Siamo dello stesso paese. Ma lei è molto... non so, molto distante. È di quelle persone che
pensano che nessuno sia degno neanche di lustrarle le scarpe. Ma con le idee chiare, questo sì. Guardi,
questi devono essere i familiari del polacco. Faccia da contadini, eh?»
Nonostante i tizi con il rocchetto, nonostante don Rella, Cecilia Bàscones potè raccontare al suo
fedele uditorio un estratto della sua interessante biografia, che cominciava quando suo padre, la
valorosa guardia civil Atilano Bàscones Atienza, originario di Calahorra, Spagna, era stato gravemente
ferito dalla banda dei volticoperti, dei contrabbandieri che avevano cacciato, con inconsueta violenza,
la gente di Caregue che da anni operava nella valle di Tor e nella Vall Ferrera con contatti consolidati
ad Andorra e il beneplacito di tutti. Conosceva i passi del Port de Boet, del Port Vell, del Port Negre de
Pallars come le sue tasche, molto prima che la quindicesima Brigata si coprisse di ridicolo nella Vall
Ferrera per non essersi consultata con chi conosceva il territorio per davvero. Sembra che Caregue
fosse andato a lamentarsi con le autorità a Sort, criticando questi giovani che non hanno più rispetto per
niente e ricevendo la comprensione delle autorità, perché i volticoperti non davano commissioni a
nessuno. Male lingue ben informate assicuravano che la disgrazia di Caregue non era stata provocata
dalla petulanza del giovane Valentí Targa ma da uno dei suoi uomini, non si sa quale, che aveva rubato
delle lenzuola dal bucato delle Ninfe steso davanti alla grotta delle Bones Dones di Tor, nascondendoli
con la merce. Fatto sta che a seguito delle rimostranze disperate di Caregue, fu inviata una pattuglia a
perlustrare la Noguera de Tor, con il compito di guardare sotto ogni sasso, di mettere il naso nei
formicai, di arrampicarsi sugli alberi e di penetrare in tutte le grotte, di catturare i volticoperti e di
portarli in prigione. Ma non andò così. Una disfatta (un morto, tre feriti, uno dei quali il padre di
Cecilia Bàscones, con un ginocchio distrutto) che obbligò le autorità a guardare da un'altra parte,
perché nessuno voleva problemi adesso che Primo de Rivera prendeva il timone. Mio padre, ritiratosi a
causa del proiettile, andò a vivere a Torena con mia madre e con me, che allora avevo appena cinque
anni. Il contrabbando con Andorra rimase nelle mani dei volticoperti che nessuno sapeva chi fossero.
Fino all'episodio della Malavella, chiaro. Ah, non ne ha sentito parlare? Certo, se non è di quelle parti...
Di Balaguer? Io ho dei cugini là, sì. Beh, sono già morti. I Campàs, sì. Insomma, una cosa grossa, la
storia della Malavella. E nel quaranta mi hanno dato la tabaccheria. Beh, tabacchi e un po' di tutto, si
sa, in un paese. E per fortuna, perché con la pensione da orfana non avrei potuto fare niente. Che ne
dite di questa idea di canonizzare il Caudillo?
«Scusi?»
«No, quello che si dice in questi fogli, che Franco si merita la...»
«Una bestialità.»
«In me, invece, troveranno una ferma sostenitrice. Anzi, le dirò di più, non dico di no al mio
intervento personale in un miracolo. Ehi, questi sono sicuramente i familiari della giapponese. No, sono
un po' dura d'orecchio e non sento tutto quello che dicono. Ma la vista ce l'ho come quando ero
ragazzina, sì. Non come la signora Elisenda, poveretta, cieca da così tanto.»
«Ah, dalla nascita?»
«No, macché: diabete mellito, che si caratterizza per una eccessiva escrezione urinaria o
poliuria. Per dirla in termini esatti, è una vasculopatia diabetica, una retinopatia diabetica che provoca
amaurosi.»
«Amaurosi...» Cautela, non si sa mai, dovesse contagiare.
«Ovvero, cecità.»
«Ah, cecità. E come mai sa così tanto di medicina?»
«Volontà di ferro. Siccome nella tabaccheria mi annoiavo, mi sono messa a studiare farmacia.
Le cose di salute mi hanno sempre interessato. Sindromologia. Sinectenterotomia. Partenogenetico.»
«Straordinario.»
«Mi piace il suono, della medicina. Ortopantomografia.»
«Magari potessi arrivare alla sua età con la testa così lucida, signora.»
«Che cosa ti piacerebbe essere nella vita, Cecilia?» le chiedeva suo padre. E lei rispondeva
Franco. E il padre, con il ginocchio ridotto a pezzi, rideva e diceva ai clienti di casa Marés non vedete
che amore di bambina? Vuole essere Franco. E quelli fissavano lo sguardo gelido nel fondo silenzioso
del bicchierino del caffè corretto.
«Da piccola mi sarebbe piaciuto essere Franco o essere medico. Ma siccome ero donna non
potevo essere medico.»
«Però anche una tabaccheria, non c'è male, no?»
La Bàscones non rispose che quando era giovane e vendeva un pacchetto di Celtas senza filtro a
Gassia (repubblicano, catalanista, schifoso) o il tabacco e le cartine a quello di casa Feliçò
(repubblicano, catalanista, schifoso) o i Farias e tre scatole di sardine a Burés (patriota, integro e
sacrificato), invece di sardine, sigari, tabacco, pacchetti di carta di riso o Celtas senza filtro, gli dava
dosi di insulina, compresse di paracetamolo o fiale di un potente antifibrinolitico a effetto immediato o
addirittura gocce di antistaminico che proteggevano efficacemente dallo choc anafilattico.
«Un pacchetto di Bisontes, Cecilia.»
La Bàscones entrava nel retrobottega dove teneva i barattoli di pomodoro e i gomitoli di filo
colorato, metteva il pacchetto di Bisontes sulla bilancia di precisione, vedeva cadere sull'altro piattino
polvere di Seidlitz e si immaginava a fabbricare delle compresse, poi tornava nel negozio con il
pacchetto di Bisontes e lo sguardo perso.
«E un bollo da cinquanta centesimi. Cecilia, mi ascolti?»
«Paracetamolo, sì.»
«Cecilia...»
«Sì, anche una tabaccheria, non c'è male. Ma è proprio malandato, il Papa, eh?»
«Siamo arrivati per un pelo ad avere il nostro beato Oriol.»
«Beato José O punto Fontelles.»
52
Alle tre di notte, esausta, spense il computer. Aveva finito di copiare l'ultimo quaderno di Oriol
Fontelles per colpa di un sogno. Qualche notte prima si era svegliata tutta sudata dopo aver assistito
alla distruzione della scatola di sigari. Jordi, a quanto sembra non in mala fede, aveva usato i quaderni
per accendere il fuoco nel camino e quando lei era arrivata sulla scena del crimine stava facendo a
pezzi la scatola, con una sconosciuta accanto. Lei era svenuta in sogno e poi si era svegliata. Jordi era a
letto e dormiva pacificamente, con la coscienza tranquilla. Lei si era dovuta alzare per assicurarsi che la
scatola di sigari fosse nel secondo cassetto della sua scrivania. Era lì. Allora aveva preso tre decisioni:
farne una copia, chiedere informazioni sulle cassette di sicurezza delle banche e non dire niente a Jordi
dei quaderni di Oriol.
E adesso aveva portato a termine la prima decisione. Un bel mucchio di pagine, più comode da
leggere ma che non conservavano quella patina che sessant'anni circa di invecchiamento avevano
lasciato sui fogli dei quaderni.
Allora le venne l'idea. Alle tre di notte, quando la cosa più logica da fare è dormire, soprattutto
se fuori, come avvertiva il termometro della finestra del soggiorno, si stava a parecchi gradi sotto zero.
Si fece un caffè, perché a quell'ora era impossibile trovare qualcosa aperto, prese la giacca a vento più
calda e uscì di casa attenta a non fare molto rumore. Per strada il suo respiro si condensava in una
nuvola densa. Non nevicava, ma per terra era pieno di neve sporca e calpestata. La Duecavalli,
rannicchiata davanti a una casa lì vicino, rispose subito. Mezzo minuto dopo era già fuori dal paese,
sulla strada, sola, con l'anima fredda, gli occhi stanchi per il tempo passato davanti allo schermo,
dovendoli abituare adesso al nastro nero della strada, fiancheggiata da lunghissime strisce di neve.
Tremava di freddo, perché il riscaldamento di quella macchina non sarebbe stato minimamente efficace
prima di aver percorso qualche chilometro. Ma non fa niente, pensava lei. Non fa niente, perché era
molto peggio sapere che Jordi non era onesto, sapere che probabilmente qualche sua conoscente faceva
parte di quel tradimento. E se la donna misteriosa era una prostituta? Ogni settimana la stessa? No, la
donna non poteva essere una sconosciuta. Jordi l'aveva trovata a scuola perché non aveva né il tempo
né l'opportunità di fare nuove conoscenze in un altro ambiente: non frequentava nessun altro ambiente.
Era della scuola, quindi. Il problema era che a scuola c'erano diciannove maestre, due segretarie, due
cuoche e tre donne delle pulizie; ventisei possibili candidate. Venticinque senza contare lei. Una
macchina cominciò a lampeggiarle da dietro e lei si agitò pensando subito che Jordi la stesse seguendo.
Ridusse la velocità e si spostò un po' sulla destra, fin quasi a toccare la neve. Le colleghe di ciclo.
Conta di nuovo: Dora, Carme, Agnès o Pilar. Pilar no, perché aveva sessant'anni. Mi immagino di no.
Agnès, la tipa con l'aria da scema ma che la sapeva lunghissima... O Carme, che aveva già un divorzio
e due mariti nel suo curriculum. È di quelle insaziabili, le si vede nel fuoco degli occhi che non ne ha
mai abbastanza e che pensa sempre a una cosa, come gli uomini. Dora, troppo giovane. La macchina
dietro non lampeggiava più e metteva la freccia per superarla. Troppo giovane? Forse proprio per
questo... Era un tormento avere il pensiero fisso lì, sulla roulette dei possibili nomi di donna. Con un
gesto, quando l'ebbe di fianco, mandò al diavolo la macchina che l'aveva scocciata lampeggiando tutto
il tempo. Fu assalita dal panico quando vide che il conducente era Jordi. La macchina la superò mentre
lei pensava impossibile, sono fari gialli; quando l'ebbe davanti vide che era una macchina con la targa
francese e sospirò sollevata. Ma si arrabbiò anche: doveva forse aver paura che la scoprissero? Lei non
aveva niente da nascondere, tranne una scatola di sigari. Allora lampeggiò un paio di volte per restituire
il fastidio al francese e si sentì un po' meglio.
«Spero sia importante» disse l'uomo in tono molto diffidente. E la fece entrare.
La sala, precariamente illuminata con le luci di emergenza, sembrava assopita, sembrava che
stesse riposando per riprendere l'indomani un'altra giornata di fumo, rumore, conversazioni e freddo.
Una dozzina di tavoli e sedie ne occupavano una buona parte. Su un lato, il bancone del bar, e in fondo,
con un lume accogliente acceso che illuminava il legno del banco, l'angolo della reception dell'albergo,
con il casellario delle chiavi. Tina si tolse il berretto e si aprì la giacca a vento. L'uomo andò verso il
banco illuminato:
«Vuole una stanza?» insistette, con l'intenzione di concludere per tornarsene a letto.
«No.» Per la vestaglia e il pigiama: «Mi scusi, ma pensavo che ci fosse sempre qualcuno di
guardia. E infatti volevo proprio parlare con la persona che lavora di notte.»
«Non c'è tanto movimento da avere personale di notte.»
«E se qualcuno se ne deve andare a quest'ora?»
«Che vuole? Fare conversazione...» Avvicinò il polso al cerchio di luce della lampada sopra al
banco. Tina osservò che l'uomo doveva fare degli sforzi per mettere bene a fuoco: «...alle quattro del
mattino?» Con tono severo: «Deve sapere che alle sei comincio a servire il caffè.»
Tina tirò fuori una foto di Jordi. L'aveva fatta lei due anni prima, quando erano andati ad
Andorra a spendere la tredicesima. Gli occhi scuri di Jordi brillavano come se amassero l'obiettivo
della macchina.
«Lo conosce?»
L'uomo guardò Tina con un'espressione tra il confuso, lo stupito e l'irritato, prese la fotografia e
l'accostò al cerchio di luce. Osservò Jordi. Il suo viso rimase impassibile.
«Chi è lei? Un poliziotto? Un detective?»
«Sono sua moglie.»
L'uomo le restituì la foto e le fece un gesto perché uscisse dal locale:
«Signora, i suoi problemi...» Scosse il capo: «Non ne voglio sapere niente. Questa è una
pensione, è un bar e io non rispondo a domande che riguardano i miei clienti.»
«Quindi lo conosce: è cliente dell'albergo.»
«Non ho detto questo. Ho detto...»
«Grazie.»
Tina uscì lasciandolo a mezza scusa, cosa che gli provocò una forte sensazione di ridicolo.
L'uomo chiuse la porta, girò la chiave e tirò i chiavistelli, irritato con questa maledetta tizia che viene
qui ad affilarsi le corna all'alba.
Aveva lasciato la Duecavalli nello stesso punto in cui l'aveva appostata quella volta che li aveva
spiati. Da lì osservò la porta della pensione, adesso al buio. Era passato un mese e l'unica cosa che
aveva ottenuto era incertezza e inquietudine. Pensò che era infinitamente più comodo ignorare tutto
quello che fa male piuttosto che affrontarlo. Ma ignorare quello che si sa è impossibile. Lei aveva
raggiunto il massimo della vigliaccheria perché né lo ignorava, né aveva il coraggio di parlarne faccia a
faccia con Jordi: si dedicava a giocare alle spie. Accese il motore con rabbia contro se stessa e
maledisse quel disgraziato dell'albergatore che non aveva avuto neanche l'accortezza di... La macchina
aveva percorso solo quattro metri quando lei d'improvviso premette il freno. Le quattro passate. Le
dispiacque di non aver pensato al thermos.
La donna guardò per un bel po' la foto di Jordi, come se stesse esaminando la qualità di quei
lineamenti tanto amati e tanto odiati. Come si può odiare una faccia che hai amato tanto? Tina pensò a
Oriol, che sapeva che Rosa lo detestava poco dopo averlo amato. La donna batté con un'unghia ben
curata su un occhio marrone scuro di Jordi e si tolse gli occhiali, che rimasero appesi al collo.
«Una volta a settimana. Con sua moglie.»
«Sua moglie sono io.»
«Ah...»
«Sì.»
Tina prese la tazza di caffellatte con le due mani per scaldarsele. Dietro al bancone, il
proprietario distribuiva caffè ai primi visitatori e camionisti, e ogni tanto lanciava uno sguardo di astio
verso le donne.
«E io che ci posso fare?» sospirò la moglie del proprietario.
«Voglio sapere chi è lei.»
«Credo sia meglio lasciar perdere.»
«No. Non posso dormire se non so chi è.»
«Vivrebbe più tranquilla senza questa ossessione.»
«Dev'essere qualcuno che conosco. Sono sicura. E non voglio che mi prendano in giro, non
voglio che recitino la parte davanti a me: né lui, né lei. Voglio poterglielo dire in faccia.»
«Non lo farà. È molto duro.»
«Lo farò.»
«Poi me lo racconta.»
Il proprietario portò il panino a Tina. Scocciato, sottovoce, a sua moglie:
«Non le puoi raccontare niente dei nostri clienti.»
«Vai a fare i caffè, tesoro...» quasi senza guardarlo, movendo la testa, autoritaria, verso il
bancone. E sorrise a Tina. Aprì il registro e si mise gli occhiali. «Martedì scorso, ha detto.»
«Ogni martedì. Non so da quanto tempo.»
«Dall'estate scorsa. Almeno qui, dall'estate scorsa.»
Dall'estate, Dio mio, era dall'estate che Jordi le mentiva e le nascondeva una parte della sua vita,
dall'estate era stata mutilata dal disamore del suo amore.
«Mi dispiace» disse la moglie del proprietario. «Vuole che andiamo avanti?»
«Sì.»
La donna cercò nel registro, biascicando martedì, martedì... Qui. Indicò con l'unghia curata due
nomi. «Lei si chiama Rosa Bel.»
«Rosa Bel.»
«La conosce?» Ora era lei la curiosa.
Rosa Bel. A scuola c'erano due Rose ma non erano Bel. Rosa Bel. Rosa Bel. Quindi, non la
conosceva. Non conosceva l'amante di suo marito. E lei che pensava che fosse una delle sue colleghe.
Forse era meglio così. Forse era meglio che... Ma dove l'aveva scovata? Non aveva avuto tempo di
conoscerla...
«Può essere un nome falso.»
«Senta, signora. Qui chiediamo la carta d'identità; è tutto legale.»
«Mi scusi...»
Aveva mangiato solo metà panino e le sembrava di avere lo stomaco intasato. Avrebbe dovuto
essere contenta che nessuna collega la ingannasse! Invece si sentiva delusa, perché in quel modo Jordi
si allontanava ancora un po' di più da lei, perché aveva un mondo che lei non controllava e il suo
tradimento era più vasto, più oceanico. Allora le venne in mente:
«Come si chiama l'uomo?»
«Jordi Oradell.»
«Come?»
La donna girò il registro per farglielo vedere. Con la scrittura di Jordi c'era scritto Jordi Oradell.
Con la scrittura di..., di chi era, quella scrittura? Sotto, con una scrittura non del tutto sconosciuta, c'era
scritto Rosa Bel. Cominciava a capire.
Da sotto l'acqua calda della doccia, Jordi aprì leggermente la tenda, stupito.
«Non sei venuta a letto oggi?»
«È da un po' che mi sono alzata» disse lei aprendo il rubinetto per evitare altre domande.
Adesso era lei ad avere dei segreti. Jordi si fece la barba in silenzio, forse pensando a cose strane, o
forse pensando agli affari suoi. Era ancora in bagno quando lei uscì per andare a scuola, evitando così
una seconda serie di domande scomode.
Rosa e Joana alzarono la testa quando Tina entrò in segreteria. E vedendo che era lei, tornarono
al proprio lavoro.
«Avete un elenco dei professori?»
«Sì. Cosa vuoi sapere?»
«Un paio di numeri di telefono.»
«Se vuoi, te li do.» Joana spostò la sedia per mettersi davanti allo schermo. «Quali sono?»
«Agnès e... e Ricard Termes» dovette improvvisare.
Due secondi dopo Joana, con la sua gelida efficienza, le disse scrivi. E lei dovette scrivere i
numeri di Agnès e di Ricard Termes di cui non le importava un bel niente. Sorrise soddisfatta, disse
ciao e, quando se ne fu andata, Rosa alzò la testa da ciò che stava facendo per dire a Joana chissà
perché non glieli chiede direttamente.
Paura. La scuola di notte le faceva paura. Sicuramente non succedeva niente, ma quella
penombra proveniente dalle luci d'emergenza era peggio del buio completo perché alimentava i
fantasmi e le ombre. Fece saltare la levetta del vetro scorrevole della finestrella per il pubblico, fece
scorrere il vetro e cercò a tastoni sulla parete finché si punse il palmo della mano con il gancio delle
chiavi. Prese il mazzo: due minuti a provare qual era la chiave giusta ed entrò in segreteria. Portava una
torcia elettrica, come un ladro. Come un ladro entrerò nella tua casa, o Jahvé, e come un ladro ne uscirò
all'alba.
Adesso la luce dello schermo riflesso sul suo viso trasformò lei in fantasma. Ci mise un quarto
d'ora disperatamente lungo a trovare il file con l'elenco dei professori. Non ebbe la pazienza di
stamparlo e cominciò a scorrere l'elenco per vedere chi aveva Bel di secondo cognome, così come Jordi
aveva dato il suo secondo cognome che figurava sulla carta d'identità e che tuttavia li copriva. Il
secondo cognome di Agnès era Lopez; quello di Dora, Espinalt, quello di Carme, Duc. E quello di
Maite? Riera. Non c'è nessuno che abbia Bel come secondo cognome?
Non c'è nessuna maestra che abbia Bel come secondo cognome. Nessuna, capisci? Nessuna. La
tua perspicacia, a terra; tutto il rischio dell'operazione per niente, tante ansie e tante angosce per niente.
Allora le venne in mente di guardare il resto del personale della scuola sull'altro documento, e la trovò.
Eccome, se la trovò. Quella figlia di puttana di Joana Rosa Candàs Bel. Rosa Bel. Joana si chiamava
Joana Rosa. La segretaria della scuola. Jordi se la faceva con la segretaria della scuola, una brava
collega, esemplare, irreprensibile, franca, fidata, immaginativa, sincera, capace, decente, seria, onesta,
retta, discreta, fredda, cordiale, diligente, corretta, integra, educata, lavoratrice, efficiente, riservata,
pratica, formale, colta, efficace, ambiziosa, furba, arrivista, astuta, intrigante, bifida, losca, ipocrita,
bugiarda, disonesta, machiavellica, malevola, traditrice, perfida, odiosa, impudica, esecrabile, perversa,
infame, nefasta, nefanda, vile e miserabile collega, Rosa Bel. Tina spense il computer e si fece buio
nella sua anima.
53
Quando Marcel Vilabrù i Vilabrù, figlio di Oriol Fontelles Grau (dei Vilabrù-Comelles e dei
Cabestany Roure) e di Rosa Dachs Esplugues (dei Vilabrù di Torena e dei Ramis di Pilar Ramis di
Tìrvia, metà troia metà meglio non parlarne per rispetto del povero Anselm), compì trentadue anni, era
trascorso un anno esatto dalla morte di Franco, sei mesi da quando sua madre, la signora Elisenda,
aveva interrotto i contatti con alcune amicizie, le più scomode, quasi viscide, di quelle che aveva
coltivato durante il precedente regime (interrompere d'improvviso con tutti, no, perché in linea di
principio i cambiamenti che si devono attuare e che il paese richiede sono pensati in modo ragionevole
perché quasi niente cambi), e tre mesi da quando era riuscita a farsi ricevere in udienza dal re, dopo
aver presentato come curriculum l'opportunissimo ricevimento ottenuto all'ultimo momento (e per
fortuna che avevo avvisato i fotografi) da un preoccupato e stanco Paolo sesto che le aveva detto, con
la testa da un'altra parte, sì, figliola, il Vaticano guarda con interesse il tuo interesse per la causa del
venerabile Fontelles. Un'udienza reale in compagnia di suo figlio, presentato al re quale garanzia di
futuro per gli sport invernali. Con una manovra di grandi ambizioni, era riuscita a strappare la promessa
reale (non del re in persona, ma l'assicurazione della casa reale) che nelle prossime vacanze invernali la
famiglia reale non sarebbe andata a fare la sceneggiata sui pascoli di Baqueira ma sarebbe venuta a
farla presso gli splendidi impianti della Tuca Negra nel comune di Torena, e in riconoscenza della sua
ottima assistenza, colonnello, a lei e a tutta la sua famiglia siamo lieti di offrire tutti i soggiorni che
vorrete presso la nostra stazione di sci per tutta la vita. Amen.
Marcel aveva ricevuto un insegnamento di prima mano su come si fa. Aveva visto che prima
bisogna studiare attentamente l'organigramma dell'organizzazione della vittima per sapere chi prende le
decisioni, che tipo di decisioni in genere prende e che cosa lascia sempre in sospeso. Poi, bisogna
prevedere quali possono essere i nuclei di resistenza per attaccare solo quelli imprescindibili elargendo
sorrisi e spendendo molti soldi non necessariamente in tangenti ma in bah, ora questo, ora quello. È
un'arte sottile a cui si accede non in virtù della brillantezza negli studi o dell'alto coefficiente di
intelligenza, ma di qualcosa di così etereo come l'avere o meno un'anima preparata a farlo. E lui ce
l'aveva pienamente preparata. Tanto che si rivelò il miglior discepolo di sua madre. Nel corso
dell'esplorazione dei contatti reali, Marcel fece amicizia con i membri più giovani del personale della
casa reale, invitandoli varie volte alla Tuca Negra a fare quello che desiderassero, tranne annoiarsi.
Questo genere di iniziative tranquillizzarono sua madre, la quale si rese conto che Marcel, una volta
levigate le ultime asperità, sarebbe stato un degnissimo successore. Fatto sta che nel settembre del
millenovecentosettantasei la signora Elisenda Vilabrù i Ramis aveva un buon direttore per la Vilabrù
Sport e per gli impianti della Tuca Negra, oltre al fatto che contava sulla fedeltà di ferro dell'avvocato
Gasull, che poteva insegnare la prudenza a Marcel. Quindi, si dedicò a far comprare un altro biglietto
aereo per tornare a Roma.
«Non siamo insensibili al suo generoso contributo per portare a termine il Santuario di
Torreciudad mentre era ancora in vita il suo venerabile padre fondatore» disse con la stessa untuosità
del venerabile padre fondatore e con lo stesso atteggiamento di modestia del venerabile padre fondatore
il direttore dell'Istituzione e futuro vescovo della futura prelatura personale, monsignor Alvaro del
Portillo.
«Mi piacerebbe che questa non-insensibilità si traducesse in fatti.»
«Signora, ogni passo che si fa in questa direzione deve essere forzatamente lento. Per prudenza.
Per amore della verità. E aggiungerei anche: per modestia evangelica.»
Monsignore appoggiò le mani piane sul tavolo e recitò devotamente: onori, distinzioni, titoli...
bolle d'aria, tumefazioni di superbia, menzogne, nulla.
«E come mai si parla già dei passi compiuti per ottenere la beatificazione del venerabile padre
fondatore?» Di fronte al silenzio di monsignor Portillo, la signora Elisenda Vilabrù sorrise:
«Monsignore? Tumefazioni di superbia?»
«Non so dove vuole andare a parare.»
«Voglio dire che se l'Istituzione fa suo il processo di beatificazione del Venerabile Oriol
Fontelles... questo processo avanzerà verso il conseguimento del suo obiettivo. Sarà lento, d'accordo,
ma non eterno.»
«Cara signora... Mi dovrebbe spiegare il suo interesse per...»
«Nessun interesse, monsignore.» Adesso i suoi occhi mandavano scintille: «Sono stata
testimone della sua morte eroica. Voglio che tutti lo ricordino. Affrontò da solo le orde rosse. Ed è
morto per il suo ideale, difendendo il Santissimo Sacramento e la Santa Madre Chiesa. Lo sapete alla
perfezione, monsignore.»
Non gli disse altro. Non gli disse che la sua morte era stata così fuori tempo, così non morire
adesso, Oriol, adesso che ti amo alla follia, adesso che per la prima volta in vita mia amo un uomo, non
mi morire, perché non me lo potrò mai perdonare. Lo aveva preso tra le braccia, la testa appoggiata al
seno. E lui la guardava fisso con quegli occhi così scuri, così profondi, finché si era accorta che
avevano ormai il tono del vetro freddo. Che atrocità mi hai fatto, Oriol, morire adesso che io dicevo no,
no, non deve morire, non capisci? E tu, Dio, preparati.
«Signora, è morto.»
Di ritorno da Roma, trovò una nota di Gasull che le diceva che gli dispiaceva moltissimo ma
doveva comunicarle che Marcel non è prudente nei suoi rapporti extramatrimoniali, tanto che un giorno
che era andato a gozzovigliare si è portato una puttana al lavoro e... non so come dirlo, qui, sulla sua
scrivania. Hai fatto questo, Marcel?
«Beh, mamma. Io...»
«Vediamo, vediamo... Tu che vuoi?»
Quando sua madre si metteva a fare domande capziose, il pavimento cominciava a tremargli
pericolosamente sotto i piedi.
«Non ti capisco, mamma.»
«È molto semplice. Vuoi essere un grande imprenditore? Ami Mertxe? Ti vuoi separare da
Mertxe? Vorrai divorziare da Mertxe quando sarà possibile che prima o poi lo sarà? È così? Non te ne
importa proprio niente di quello che potrà succedere a tuo figlio che è mio nipote?»
«Come se tu fossi stata un esempio di dedizione verso tuo figlio.»
La signora Elisenda Vilabrù guardò suo figlio con lo sguardo che riservava ai nemici e disse a
voce molto bassa tu non sei nessuno per giudicarmi. E per la terza o quarta volta nella vita fu sul punto
di dirgli se non ti avessi raccolto io, da bambino, saresti stato carne da ospizio, quindi stai zitto. Dovette
fare un grande sforzo per non dirlo.
«Vuoi che lo racconti a Mertxe?»
«Non mi voglio separare. Questa è stata una sciocchezza, uno sfogo e basta. Non ha alcuna
importanza.»
Dal giorno in cui aveva licenziato Quique Esteve dalla sua vita privata, Elisenda aveva iniziato
un lungo cammino verso l'astinenza sublimata che l'aveva portata, da una parte, ad avere un ricordo più
nitido di Oriol e, dall'altra, ad avvicinarsi molto all'Istituzione fino ad averla come alleata. E,
soprattutto, le aveva dato la confortevole sensazione di sapere che controllava tutte e ventiquattro le ore
della sua vita in modo che difficilmente nessun nemico potesse intrufolarsi attraverso le crepe di
qualche sua debolezza.
«Non ti capisco, figlio.»
«Una bacchettona come te non può capire.»
Che gli dico? Gli racconto la mia vita? Gli risparmio la sua?
«Se ti rivedo con una donna... che non è Mertxe... la tua vita sarà molto più dura.»
«Ma se tu e Mertxe non vi potete neanche vedere!»
«E allora?» gridò la madre. «È tua moglie, nonché la madre di mio nipote. Di tuo figlio.»
Il padre di suo nipote si alzò e per la prima volta nella vita la sfidò. Le disse senti, mamma, io
ho la mia vita personale e tu questo non lo potrai mai capire. No, no, non ho ancora finito. Ho appena
compiuto trentadue anni e posso fare quello che mi pare e piace. Ho trovato grandi clienti in Svezia,
Norvegia, Danimarca e Finlandia, no? Eh? È vero che non ci scommettevate neanche un soldo perché
dicevate che in sport invernali ne sanno il triplo di noi? E non è vero che il sessantatré per cento delle
nostre esportazioni di sci vanno nei paesi nordici?
«Sì.»
«E Gasull, hai voglia a dire questo ci manderà in rovina e io gli rispondevo ci salva il prezzo.
La qualità è quasi la stessa, ma troveremo mercato per il prezzo.»
«Hai ragione.»
«E non è vero che la stazione di sci è una macchina da soldi, soprattutto da quando ci ho
installato i cannoni di neve artificiale?»
«Sì.»
«Benissimo: resta a Torena, allora, che posso dirigere tutto io.»
«No. Stai lavorando bene, ma dirigerai tutto quando decido io.»
«Allora adesso smettila di rompermi le palle.»
«Questo non permetto a nessuno di dirmelo, né a te né a nessun altro...»
«Beh, l'ho già detto. E ho molto lavoro.»
La madre si alzò e girò intorno alla scrivania fino ad arrivare davanti a Marcel che, in piedi,
metteva irritato dei fogli in una cartellina. Dopo averlo guardato negli occhi, gli mollò una sberla
rumorosa e molto dolorosa. Era il suo modo, sul viale del tramonto, di dire l'ultima parola.
...
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...
FINE Parte 3.